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Il trionfo del “Tengo famiglia” in un Paese senza etica

tengofamiglia“La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Tengo famiglia”. La celebre battuta di Leo Longanesi ha più di 60 anni ma non perde mai d’attualità. Con un aforisma ha tradotto in immagine quello che la sociologia ha ribattezzato “familismo amorale”. Quello che si ritrova, così ci capiamo, nelle vicende che nei giorni scorsi hanno travolto il presidente delle Ferrovie Nord Milano, Norberto Achille, e il direttore generale dell’azienda ospedaliera Bolognini di Seriate, Amedeo Amadeo. Due storie che non si possono sovrapporre, ma che in comune hanno molto. A partire dall’accusa, da dimostrare in sede penale, di peculato. Cioè l’uso a fini privati di mezzi e soldi pubblici.

Le responsabilità eventuali le accerterà la magistratura. Limitiamoci a ricordare che ad Achille vengono contestate spese pazze per decine di migliaia di euro (dalle cene in ristoranti di lusso all’abbonamento Sky con acquisto di film porno per sollazzare le serate tristi fino a 125 mila euro di multe collezionate dai figli con l’auto blu aziendale) e ad Amadeo di essersi fatto prelevare in Croazia dall’autista (due volte) mentre era in ferie, di aver consentito che la figlia avesse forniture di latte in polvere dalla farmacia dell’ospedale, di aver fatto pagare dall’azienda una collaboratrice usata per la campagna elettorale delle Comunali 2014.

Ciò che rileva, ancor prima degli aspetti penali, è l’etica, specie per chi è un amministratore pubblico. I comportamenti che emergono dalle indagini e dalle intercettazioni mostrano una disinvoltura che fa strame di un valore cardine della società civile. Quel che più sconcerta (ma non stupisce), per tornare al motto “Tengo famiglia”, è vedere come non ci si accontenti di garantire a sé i privilegi connessi ad una carica pubblica già lautamente retribuita. Nella grande mangiatoia ci devono essere briciole anche per i figli, “pezz ‘e core” da pascere finché si può.

E’ un risvolto secondario, se volete. Dice molto, però, di quanto il nostro Paese non riesca a cambiare, a diventare grande. Sono le stesse inchieste di cui stiamo parlando che dimostrano come, a più di vent’anni da Mani Pulite, e dopo le tante clamorose vicende di corruzione e malaffare emerse praticamente in ogni angolo d’Italia, siamo sempre al punto di partenza.

C’è ancora tanta, troppa, gente che considera le regole un orpello inutile, che non s’accontenta di gestire posizioni di potere e guadagnare uno sfracco di soldi, che ritiene che tutto gli sia dovuto, che pensa che sull’altare di buone performance aziendali si possano chiudere gli occhi sui vizietti privati. E purtroppo, sconforta constatarlo, tocca sempre alla magistratura sollevare il velo sui comportamenti disinvolti.

Anche nei casi citati, nessuno si è mai accorto di nulla, nessuno ha visto o sentito niente. I preposti ai controlli non c’erano e se c’erano dormivano. Anche quando, com’è successo con Achille, i giornali hanno dato evidenza alle spese pazze. Fino all’assurdità, per voler essere generosi, del presidente della Regione Roberto Maroni, che è riuscito a dire di non poter fare nulla rispetto agli amministratori di una società controllata al 57 per cento dal Pirellone. Salvo nominare, appena il presidente indagato si è fatto da parte, personaggi con la targa di partito (il suo) sul sedere. Siamo sempre là: il “Tengo famiglia”, politica in questo caso, ha trionfato un’altra volta.