Quella domanda senza risposta sui tagliagole dell’Isis

IsisVi ricordate l’Isis? Massì, quei simpaticoni vestiti di nero che, ogni tre per due, rapivano un europeo e gli segavano le canne: come potete averli dimenticati? Jihadi John, col suo inglese perfetto, i malandrini che dalle coste della Libia preparavano una seconda operazione Husky, la minaccia globale, il nemico più nemico che ci sia: l’Isis, mica noccioline! Non vi viene, ogni tanto, da domandarvi che fine abbiano fatto? Stavano avanzando ovunque, come una marea inarrestabile: adesso avrebbero dovuto già essere arrivati ad Oslo e piantare lo stendardo del Profeta a Holmenkollen. Invece, improvvisamente, mezzebuste ed anchormen, hanno smesso di parlarne: come se non fossero mai esistiti. La televisione ci abitua, per la verità, a queste ciclotimie: per settimane ci bombarda con allarmi per uragani che, alla fine, si trasformano miracolosamente in tempeste tropicali, e scopri che a Rimini è piovuto una mezz’oretta. Fa parte, per così dire, del sistema televisivo inventarsi una notizia, spolparla fino all’osso e poi gettarla nella spazzatura, in attesa del prossimo scoop: questa dell’Isis, però, sembrava una faccenda un tantino diversa, un tantino epocale. Si sono sprecati gli speciali: i soliti esperti, le solite inchieste, il repertorio solito di stupidaggini miste ad ovvietà. Poi, du tac au tac, l’Isis è scomparsa dai telegiornali: niente più decapitazioni, niente più paura. Uno, preso così alla sprovvista, potrebbe pensare ad una resipiscenza dei cattivoni: un pentimento tanto immediato quanto tardivo. Chessò, toccati dalle profondissime parole di papa Francesco, intimiditi dalla bellicosa decisione della Mogherini, i tagliagole avrebbero davvero potuto fare retromarcia. Però, pensandoci bene, l’ipotesi appare alquanto remota, soprattutto per la questione Mogherini: evidentemente, qualche fenomeno soprannaturale dev’essere, comunque, intervenuto. Io un’ipotesi ce l’avrei: anzi, se permettete, ce l’avevo anche prima. Forse, qualcuno tra i miei due o tre lettori avrà la bontà di rammentare ciò che scrissi in tempi non sospetti, ossia che l’Isis era semplicemente un babau – uno dei tanti – confezionati ad arte per tenere l’Occidente col fiato sospeso: un esercito di straccioni, parlandone militarmente, senza copertura aerea, senza logistica, senza volumi di fuoco apprezzabili, senza tecnologia. Gente che vinceva combattendo contro altri eserciti militarmente risibili, ma che non avrebbe retto cinque minuti contro una forza militare moderna e modernamente equipaggiata. Ve lo ricordate? La solita minaccia creata ed impacchettata dalla sciaguratissima politica estera statunitense, come i vari Bin Laden o i jihadisti: frutto avvelenato di un modo malsano di intendere l’intelligence internazionale, abbattendo ed innalzando tirannelli, organizzando e disfacendo rivoluzioni e primavere arabe.

D’altronde, gli Usa hanno sempre cercato di governare il proprio vastissimo impero con questi sistemi: la Guerra Fredda, forse rammenterete anche questo, in Italia andava da nord a sud e non da est a ovest. E a noi è costata una stagione che qualche furbacchione in vena di creatività, imbeccato al momento opportuno, ha chiamato “strategia della tensione”: quando riscriveremo la storia di quegli anni, vedrete come ne usciranno puliti i nostri amiconi d’oltreoceano! Ma lasciamo perdere le bombe e le stragi: torniamo all’Isis. Sembravano invincibili, dicevo, finché a contrastarli c’erano le ragazze curde che tiravano dai tetti col Barrett: hanno conquistato qui, sono avanzati là. Tutti esperti di cose militari, da Saxa Rubra a Cologno Monzese: un esercito di strateghi esentati dal servizio di leva. Finché, ad un certo punto, questi dell’Isis hanno pestato un callo (non chiedetemi quale) a Vladimir Putin, che è un tipetto piuttosto fumantino, in materia di calli: lo sappiamo tutti che è in gioco una gigantesca campagna planetaria per decidere i prossimi equilibri mondiali, ma facciamo finta di essere anche noi come i giornalisti televisivi, ossia del tutto incapaci. Fatto sta che Putin è intervenuto in Siria: come dire “guardate che lì non comandate voi!”.

E, insieme a lui, si è mossa la Cina, vale a dire il terzo incomodo fra i colossi prossimi venturi. Da una parte, adesso, c’era l’Isis, con qualche Toyota donata dagli Usa, con qualche proiettile comprato in Italia, con un ampio corredo di coltellacci da macellaio: dall’altra c’erano gli incrociatori lanciamissili classe Kirov, i caccia ed i bombardieri di ultima generazione, i modernissimi T90, la “Morte Nera” e gli “Spetsnaz”. C’era perfino il celebre “Buratino”, che, in barba al nome ridicolo, è un carro lanciamissili che spara testate termobariche da 220 mm a raffiche di trenta alla volta sulla testa del malcapitato tagliagole, riducendolo a ragù. E l’Isis si è disciolta come burro, sulla padella della Siria: si è semplicemente sfaldata. Per questo non la sentite più nominare. Ora, la vera domanda, però, rimane quella di sempre: perché non l’abbiamo fatto noi, subito? O, se preferite la citazione colta: cui prodest questa Isis del cavolo? Ah, Sigonella: quanta nostalgia!

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