Il monito del rettore, 
«siamo malati di presente» 

Il monito del rettore, «siamo malati di presente» 

image_pdfEsporta in PDFimage_printStampa

nella foto: Il Rettore dell'Università di Bergamo, Stefano Paleari con il professor Jürgen Renn, direttore dal Max Planck Institut di Berlino.

È un netto richiamo a riprendere l’orizzonte strategico, a governare e non limitarsi ad amministrare il cambiamento, a non lasciarsi sopraffare dalla “dittatura del presente” («siamo più follower, per dirla con il linguaggio dei social network, che leader») quello che il rettore Stefano Paleari ha lanciato nel proprio intervento per l’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Bergamo. La cerimonia, al teatro Donizetti, ha avuto come ospite d'onore il professor Jürgen Renn, direttore dal Max Planck Institut di Berlino, con cui l’ateneo cittadino collaborerà nei prossimi due anni, e 24 rettori di Atenei italiani e stranieri, impegnati in un successivo confronto sulla centralità dei territori.
La considerazione di fondo del rettore riguarda la visione del tempo, che «è ritornato ad essere quello scandito dall’orologio e non già dalla progettualità della persona. È un tempo sequenziale e non creativo». «Le nuove tecnologie – fa notare – ci rendono perennemente visibili, raggiungibili, contattabili. Spazio e tempo convergono in un solo punto: ovunque siamo in qualunque momento, una sorta di “agopuntura permanente”. Probabilmente facciamo più cose di prima, ma non le cose che vogliamo, probabilmente ci sentiamo più liberi, possiamo rispondere e agire comodamente seduti da casa; se non lo facciamo però ci sentiamo inadatti e impreparati. Quindi siamo obbligati a farlo e dunque siamo meno liberi». «Tutto ciò dimostra quanto la nostra vita sia totalmente immersa nella contemporaneità, piegata sul presente e sulle esigenze del momento. In una società di questo tipo è più difficile, ma non per questo meno importante, prevedere le tendenze di lungo periodo, vedere e rispettare i confini, i ruoli e le gerarchie. Siamo, in altre parole, ripiegati, fagocitati dalla cronaca, costretti a camminare con la testa bassa per evitare, aggiustare e contrastare gli ostacoli lungo il cammino. Guardiamo continuamente il grigio dell'asfalto e non ci rimane più il tempo per i colori dell’aurora e l’azzurro del cielo».

Il ruolo delle Università
nelle parole di Papa Francesco

«I cambiamenti imposti e le scelte economiche concomitanti hanno segnato profondamente l’Università italiana – ha ricordato Paleari nel proprio discorso – che vanta secoli di storia ma che solo da qualche decennio si è affermata sia come Istituzione di massa, sia come organizzazione per il sostegno della competitività degli Stati, anche di quelli “emergenti”, di fronte al diffondersi sempre più consistente del ruolo della conoscenza come chiave per lo sviluppo sociale ed economico. I cambiamenti introdotti raramente hanno tratto origine dalla domanda sul ruolo ultimo e sul fine dell’Istituzione universitaria. Si sono concentrati, cioè, sui mezzi e sulle contingenze finanziarie». E per esplicitare i fini ricorre al discorso di Papa Francesco a Cagliari, nello scorso settembre: «Il Santo Padre afferma che le università sono luogo di discernimento, di cultura della prossimità e di formazione alla solidarietà. Un luogo fisico, quindi, in cui i giovani apprendono la lettura critica del mondo e sono educati alla relazione con gli altri secondo principi solidaristici. Diciamo allora che l'Università è luogo di formazione delle coscienze prima ancora che di ampliamento e trasmissione sic et simpliciter del sapere».
A cosa servono le università in un Paese? È giusto che vi accedano tutti coloro che lo desiderano? È opportuno che si confrontino in termini quantitativi e qualitativi con quelle di altri Paesi e in che modo? È bene che competano come squadre indipendenti o è meglio che creino anche un nuovo tessuto connettivo comune pur nelle reciproche diversità? Sono quindi le domande che Paleari pone sul piatto del dibattito. «I quesiti posti – dice – sono un avviso per tutti. In primo luogo per il legislatore che, almeno in Italia, in questi anni, mentre decantava l'autonomia, la riduceva sempre più, per gli atenei virtuosi e non; mentre sosteneva la necessità di dare più risorse ai meritevoli, contraeva i finanziamenti erga omnes; mentre sosteneva nei principi il diritto allo studio, lo decapitava nei fatti riducendone gli interventi». Ma il messaggio va anche alla comunità accademica «che ha perso in gran parte la sua capacità progettuale, trasformata da soggetto spesso autoreferenziale in un comparto puramente esecutivo della Pubblica amministrazione».

Si teme lo scoglio senza accorgersi
che ormai ci si è incagliati

«E se l’Università – prosegue il rettore – si è sempre più configurata come organizzazione burocratica, venendo meno, almeno in termini organizzativi, alla sua funzione cosmopolita, lo si deve proprio alla “dittatura del presente” che ha distrutto il confine tra attività di governo e amministrazione. Che oggi si distinguono difficilmente ma che sono assai diverse. Governa chi può guardare all'orizzonte, amministra chi evita gli scogli. Di norma le due attività, entrambe indispensabili, competono a soggetti differenti. In Italia, invece, non solo nelle Università, da troppo tempo si amministra senza governare o si governa senza amministrare. Si guarda allo scoglio, o appena oltre, senza accorgersi che ormai ci si è incagliati. Non è questione di vento ma di nave, equipaggio e gerarchie. E di reciproca fiducia».
Tra gli esempi degli effetti di questo “eterno presente” sull’Università italiana c’è il dibattito sul numero di Università.

Meglio dei campus
è l’inserimento nel tessuto della città

Paleari sceglie le parole del filologo Vittore Branca – primo rettore dell’Università cittadina dal 1968 al 1972 – pronunciate a conclusione del suo mandato rettorale per evidenziare lo scarto e le opportunità contenute nella nascita di nuove Università, spesso in città con una lunga storia civica, come risposta alla crescita abnorme degli Atenei esistenti. «Dall’Ottocento e sino a questi ultimi anni è prevalso il concetto di concentrare le attrezzature universitarie – diceva Branca -; e questo indirizzo si è rivelato in tutta la sua inconsistenza con la creazione – come è successo negli Stati Uniti – di grandi “campus” universitari che si sono rivelati veri e propri ghetti avulsi dal tessuto sociale. Da molto tempo sostengo che l’Italia ha un patrimonio immenso di piccole città storiche o di quartieri storici in grandi città che, per il loro tessuto urbanistico non possono accogliere la vita della civiltà industriale e tecnocratica… Ebbene, una funzione che non li sconvolge o deturpa ma, anzi, ne sfrutta la suggestione storica, artistica e culturale è proprio quella di cittadelle degli studi, specie a tipo umanistico».
«Il discorso di Branca, di fatto – fa notare Paleari -, dà anche l’avvio alla seconda fase che è quella della crescita del numero di Università italiane. Il numero di Atenei, pari a 39 nel 1950, è 52 alla fine degli anni Ottanta e 78 all’inizio del nuovo secolo. E, in alcuni casi, come spesso avviene alla fine di un ciclo, si assiste a fenomeni di eccesso, l’apertura cioè di nuove Università e sedi più per rispondere a pressioni politiche e corporative che a precise esigenze di decongestionamento delle grandi sedi. Le politiche degli ultimi anni hanno posto fine a questa fase senza tuttavia indicarne una nuova o, anche peggio, ricercando soluzioni sbrigative e anacronistiche».

Un  quadro semplice di regole
per il futuro del sistema universitario

Se è vero che l’obiettivo è quello della qualità da realizzarsi con numeri non elitari, «una nuova terza fase evolutiva del sistema universitario italiano non può quindi nascere come ripiego alla miopia politica, né come inganno ideologico», sottolinea Paleari. Ciò che occorre, anche alla luce della sempre maggiore dinamicità delle relazioni e mobilità giovanile è «seppellire un’ampia stratificazione di norme e cavilli e costruire un nuovo e semplice quadro di regole che porti evolutivamente le Università a promuovere ciò che è necessario, prestando attenzione alle proprie vocazioni e alla capacità di attrarre oltre che di essere in sintonia con un sistema territoriale. Questo percorso può portare anche a modificare il perimetro attuale degli Atenei italiani, forse anche il numero, ma non secondo una logica contabile bensì seguendo un preciso indirizzo sotto il profilo della scelta politica». «Le Università possono quindi specializzarsi e assecondare nuove dinamiche territoriali – spiega -, sempre in una logica di competitività internazionale, e a diverse specifiche finalità da assolvere possono anche corrispondere differenziati assetti organizzativi».

Più delle classifiche
conta la “qualità diffusa”

Una tale visione porta a rivedere il valore delle “classifiche” o ranking universitari, dove la leadership è erroneamente valutata come in una competizione sportiva e/o aziendale. «Negare la natura prettamente sportiva e aziendale dell’agire universitario non significa però rifiutare stimoli e incentivi – precisa Paleari -. Un’Università che si chiude al confronto, al bisogno di crescere e di premiare i migliori, è destinata a morire non già per decreto del Governo ma sotto il profilo sociale, perché non è più riconosciuta come tale». La nuova idea di Università «è quindi la consapevolezza del ruolo in un quadro di obiettivi competitivi. Dove il concetto di competere – rimarca – è quello della sua etimologia, ovvero quello di mirare a un obiettivo comune, dove ognuno si spende per ottenerlo. La competizione fra Atenei è quella che conduce a una migliore qualità, quella che porta anche il peggiore a essere migliore di prima. Concorrere significa gareggiare insieme e, possibilmente, non decidere a tavolino e al di fuori di un insieme di regole chi alla fine “vincerà”». «La nuova Università sarà migliore non se avrà portato un’Università italiana nelle prime dieci in classifica e oppresso tutte le altre, ma se avrà creato le condizioni per il miglioramento di tutti, che poi è il compito di ogni Istituzione sociale. Vorrei che anche per le Università valorizzassimo e apprezzassimo la “qualità diffusa” piuttosto che le sole “torri d’avorio” e che vi fosse una classifica internazionale che misurasse la bontà media dell’alta educazione. Questo non significa ovviamente non sostenere le eccellenze, concentrare i talenti e valorizzarne il merito». 

image_pdfEsporta in PDFimage_printStampa