“Studenti sempre più sfiduciati 
in un Paese in mano ad incapaci”

“Studenti sempre più sfiduciati in un Paese in mano ad incapaci”

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Il nostro non è un Paese per giovani. Immobilismo e gerontocrazia ingessano l’Italia e i più in gamba si vedono spesso costretti a fare le valigie. Le contraddizioni del sistema-Paese sono evidenti anche nelle Università, in cui non è garantito un monitoraggio accurato della didattica e che sono per molti versi distanti dal mondo del lavoro. Giovanni Urga, professore di finanza ed econometria all’Università di Bergamo e alla Cass Business School City University di Londra, dove dirige anche il Centro di Analisi Econometrica, scopre il tallone d’Achille dei nostri atenei, che pure sfornano ogni anno nuovi talenti.
Quali sono i principali punti di forza e di debolezza del sistema universitario italiano?
“In Italia, una buona parte degli studenti arriva all'Università con un bagaglio culturale più ampio e ricco di quello anglosassone, che è iper-specialistico sin dalla scuola secondaria. La più ampia preparazione emerge soprattutto nel medio e lungo periodo, dato che al lavoratore odierno è richiesto soprattutto di essere versatile e di apprendere in modo continuo nuove competenze e conoscenze. Di contro, una debolezza del sistema italiano è rappresentata dal fatto che gli studenti non sono monitorati nel modo appropriato e possono rimanere  iscritti all'università ad oltranza”.
La Riforma Berlinguer ha migliorato o peggiorato le cose?
“I percorsi di studio sono i diventati più dispersivi con la riforma del ” 3+2” che ha portato ad una vera e propria moltiplicazione di corsi insensata e controproducente da qualsiasi punto di vista. Le razionalizzazioni dell’ultimo anno ci stanno riportando sulla via giusta, ma sono ancora insufficienti. L’eccessiva proliferazione dei corsi di studio e le relative operazioni di marketing  hanno determinato una notevole confusione negli studenti, spesso illudendoli di possibili sbocchi occupazioni esistenti solo sulla carta. Le responsabilità  del corpo docente a tale riguardo sono notevoli”.
Cosa abbiamo da imparare dal sistema universitario inglese?
“Nel Regno Unito, l’iter universitario è ben monitorato e predeterminato anche in termini di tempo e ciò rappresenta un indiscutibile vantaggio. Questo approccio evita che l’Università diventi un parcheggio in cui non solo non si impara niente da un punto di vista contenutistico ma anche da un punto di vista di responsabilità personale. Per non parlare poi del fatto che un sistema intasato da un numero elevato di studenti poco motivati ed inspiegabilmente fuori corso è un costo che la collettività non può e non è tenuta a sostenere, indipendentemente dal ciclo economico”.
L'aumento della tassa per i fuori corso non basta per disincentivare chi resta “parcheggiato” in università?
“Non ha alcun senso solo aumentare le tasse, piuttosto va incentivato lo studio con un part-time strutturato e con obiettivi determinati, come avviene in Inghilterra, dove è previsto un percorso di studi di sei anni al posto di tre con obiettivi precisi da rispettare. Le tasse sono le stesse del percorso canonico, sono solo spalmate, come gli esami, su un lasso di tempo doppio”.  
Da professore universitario gode di un osservatorio privilegiato sul mondo dei giovani. Che umori avverte?
“In Italia negli ultimi anni vedo maggior pessimismo e rassegnazione, soprattutto in ragazzi brillanti. Gli studenti sentono di non avere prospettive e nei corsi di laurea magistrale è cresciuta la percentuale di studenti che intendono andare all'estero”.
Quali sono le aspettative di uno studente inglese e quali quelle di uno italiano?
“Gli studenti inglesi hanno la sensazione che il mondo del lavoro sia a portata di mano, con in tasca una laurea triennale o un master. Durante i tre anni di università ogni studente ha l'opportunità di entrare nel mondo del lavoro attraverso uno stage coerente con il proprio curriculum. In questo percorso, che dura almeno un anno, lo studente viene valorizzato e non sfruttato come purtroppo accade spesso in Italia, dove c'è la sensazione che lo stage rappresenti un'esperienza a sé stante, senza veri sbocchi occupazionali”.
In Italia sembra che conti sempre più la spintarella, nonostante curriculum e preparazione. Cosa ne pensa?  In Inghilterra come funziona?
“Se per spintarella si intende la segnalazione di studenti meritevoli a centri studi, realtà aziendali e mondo bancario, non vedo differenze tra una latitudine e l'altra. E' chiaro che la segnalazione rappresenta una condizione solo necessaria e non sufficiente. Sta alla capacità di ogni studente sfruttare al meglio l'opportunità. Nel mio campo, l'econometria, posso affermare di non avere incontrato studenti che non fossero meritevoli del ruolo rivestito e della mia fiducia. In Inghilterra è obbligatoria una lettera di referenza per accedere ad un percorso di studi come anche al mondo del lavoro. Come accademico, quasi ogni giorno mi trovo a scrivere lettere di referenze a sostegno di studenti che ritengo meritevoli, per cui spendo anche il mio nome e la mia reputazione”.
Una recente indagine Istat ha evidenziato come giovani con più di 34 anni rinuncino ormai a cercare lavoro perché ritengono di non riuscire a trovarlo. Quale consigli si sente di dare a quest’esercito di scoraggiati?
“Qualsiasi risposta potrebbe sembrare banale dati i tempi che corrono. E’ chiaro che avere un atteggiamento distruttivo non premia mai. Se non ci sono opportunità in Italia bisogna allargare i propri orizzonti e cercare altre occasioni di lavoro altrove. Una scelta quasi certamente premiante nel lungo periodo, ma che molto spesso risulta costosa in termini emotivi e per le implicazioni economiche”.
Non è una scelta semplice. Quali sono i requisiti fondamentali per lasciare il proprio Paese?
“Senza dubbio la conoscenza della lingua è importante insieme  alle competenze acquisite in un determinato ambito. La voglia e la determinazione di fare le valigie devono essere degli stimoli davvero forti”.
Chi non si scoraggia scappa.  Il 2012 ha fatto registrare il 30% in più di espatri rispetto al 2011. Una nuova e massiccia emigrazione, che vede protagonisti soprattutto trentenni, uomini, laureati. Come valuta quest’esodo di talenti?
“C’è un’emorragia di talenti perché i giovani non vengono valorizzati da un sistema gerontocratico come quello italiano. Un sistema immobile che teme un ricambio generazionale, che invece è necessario e vitale. La fuga dei talenti è in questo senso figlia di una legge naturale e segnala da un lato quanto siano forti le capacità che possediamo, dall'altro quanto il Paese perda in termini di capitale umano”.
I ragazzi italiani restano in casa di mamma ad oltranza e anche in Inghilterra cresce la percentuale dei “kippers”( kids in parents pockets eroding retiremen saving). Un fenomeno figlio della crisi oppure una scelta di comodo?
“In Italia il profondo legame con la propria famiglia di origine è un dato culturale, ma con la crisi è diventato anche una necessità. In Inghilterra, il fenomeno dei “kippers” è recente, ancora marginale e in larga misura dettato dalla recessione. La maggioranza dei giovani inglesi esce di casa a 16/18 anni per non rientravi mai più, come del resto tanti ragazzi italiani iscritti ad un ateneo fuori-sede. La tendenza a stare a casa dei genitori ben oltre la maggiore età è una peculiarità tutta italiana, che non ha eguali nel resto d’Europa”.
Insegna nella City a Londra, il cuore finanziario di una metropoli messo a dura prova dalla crisi. Come sono cambiate le prospettive negli ultimi dieci anni?
“Tutto è cambiato dal 2007 in poi. La crisi ha tuttavia avuto un impatto negativo soprattutto sulle figure “senior” più che sui profili “junior”, per cui le opportunità di lavoro non sono in realtà mai mancate. Tutte le business school sono infatti anticicliche: gli iscritti continuano a crescere. In questo senso la crisi ha creato maggiori competenze e competitività, ma ha portato anche importanti cambiamenti. Prima gli studenti erano “sponsorizzati” dall'industria finanziaria, ora si ricorre ai risparmi privati”.
Quale approccio consiglia ad un giovane che deve affrontare il mercato del lavoro?
“Prima di tutto, bisogna diventare imprenditori di se stessi cercando di sviluppare al massimo la propria professionalità sin dagli studi universitari. Questo implica scegliere un percorso di studi dai contenuti tecnico-scientifico che offrono di fatto prospettive lavorative maggiori rispetto a percorsi di tipo umanistico. Inoltre, la laurea va conseguita nei tempi giusti e con un ottimo profitto. E’ indispensabile un’ottima conoscenza della lingua inglese, unitamente alla disponibilità ad una mobilità geografica, almeno su tutto il territorio europeo. Il consiglio finale è quello di cercare di sfruttare le opportunità di scambio internazionali durante il percorso di studi”.
Lei viaggia molto. Che percezione hanno all’estero del nostro Paese? Qual è l’opinione degli stessi italiani a Londra?
“Le vicende politiche degli ultimi anni non mettono in grande luce l'Italia. Non è infatti mai in discussione la capacità degli italiani, ma la situazione politica e il sistema-Paese. Gli italiani che conosco e frequento a Londra guardano con tristezza alla loro terra d'origine, con l’amara sensazione che il Paese sia in mano ad incapaci”.
Eppure i mercati finora tengono. Cosa sta accadendo?
“E' un momento strano e difficile da decifrare, sembra che l’incertezza del Paese non giochi nessun ruolo in questo momento che definirei di “calma speculativa”. La situazione però  può cambiare da un momento all’altro, molto dipenderà  anche dall’evoluzione politica dei prossimi giorni. Non bisogna dimenticare poi che nell'ultimo anno l'Italia ha visto crescere la propria credibilità grazie ad una figura di prestigio che ci ha rappresentato a livello internazionale e ad un riassetto dei conti pubblici. I mercati tengono anche perché c'è stata una decisione a livello di Banca Centrale Europea di fare di tutto per preservare l’euro, come  ha sottolineato Mario Draghi nel suo discorso tenuto lo scorso luglio”.
Cosa le manca dell’Italia e cosa invece la fa tornare volentieri  nella terra di Sua Maestà?
“Sono italiano, mi sento italiano e amo il mio Paese, che per moltissimi aspetti – culturali e artistici in primis – non ha pari al mondo. Vivo a Londra che è una metropoli multietnica e stimolante, oltre ad una città cui sono molto legato. In Italia torno sempre volentieri, anche se spesso tocco con mano le contraddizioni di questo Paese. Il sistema universitario anglosassone mette più sotto pressione ed incentiva a fare bene il proprio lavoro. Non tutto è rose e fiori in Inghilterra, ma si valorizzano ricerca e didattica. In Italia invece, il sistema di monitoraggio e la valutazione dell’attività di ogni docente non esistono e se anche esistono non hanno nessuna implicazione sulla progressione di carriera, né sulla disponibilità di fondi di ricerca”.

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