Fisco, quando pagare diventa una corsa a ostacoli

Fisco, quando pagare diventa una corsa a ostacoli

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fiscoTra Imu, Ires, Irpef, Irap, Ires e Cedolare secca entro martedì 16 giugno gli italiani sono chiamati a pagare al fisco più di 45 miliardi di euro. Ogni anno è così, ma ogni anno è sempre diverso. Sembra impossibile, ma quello che, con la morte, è ritenuto secondo l’aforisma attribuito a Benjamin Franklin, una delle poche certezze della vita, il pagamento delle imposte, in realtà è quanto di più impreciso ci sia. Almeno in Italia.

C’è sempre qualche cambiamento che complica l’operazione, tanto che anche la data non è mai del tutto sicura, di fronte a inevitabili prospettive di proroga, sulla quale è meglio non contare, ma che contribuisce a creare confusione. Non si sa esattamente quando pagare (un caso per tutto è quello della revisione delle aliquote Tasi che richiede la ricerca della aliquota e della delibera comunale, in genere non ancora emanata), a volte non si capisce se bisogna pagare (basti pensare all’intreccio tra Tasi e Imu), spesso non si sa come pagare. Le due novità che avrebbero dovuto semplificare la vita ai contribuenti, il 730 precompilato e il bollettino Tasi consegnato a casa pronto per essere pagato sono diventate fonte di ulteriore complicazione. Con il 730 precompilato, ma lacunoso (mancano ad esempio le detrazioni per spese sanitarie) ci si è trasformati in correttori di bozze perché, ad esperienza dei commercialisti, più di due terzi dei modelli non sono completi: dovrebbe essere solo il problema dell’esordio e di un sistema non rodato, per cui si può confidare che l’anno prossimo il problema verrà risolto, ma intanto adesso tocca arrangiarsi. Come sempre. Sul bollettino Tasi che sarebbe dovuto arrivare a casa – ma c’è chi aspetta ancora quello annunciato l’anno scorso e mai visto – non si sa se dare la colpa al servizio comunale o a quello postale. Più probabile che si sia persa ancora una volta qualche controcomunicazione. Le amministrazioni hanno annunciato a gran voce, tanto per avere un titolo positivo da mettere nella rassegna stampa, che avrebbero fatto arrivare ai contribuenti i bollettini, ma poi sottovoce si sono smentiti – complice, sembra, il costo dell’operazione – e hanno annunciato che il servizio è stato annullato. Inutile quindi chiedersi perché il bollettino Tasi poteva arrivare a casa e quello dell’Imu no: tanto, nella maggior parte dei comuni, non si avrà né uno, né l’altro. Una confusione che rende velleitario anche lo sforzo delle poche amministrazioni virtuose che hanno deciso di mandarlo: la maggior parte dei contribuenti nel dubbio che arrivi o meno stanno provvedendo da soli. Anche in questo caso, come sempre.

Eppure è proprio la mancata semplificazione che diventa ulteriore complicazione che rende ancora più oneroso il pagamento delle tasse, al di là dei 45 miliardi che verranno pagati nei prossimi giorni e di una pressione fiscale che nel 2014 è salita di un altro decimale, raggiungendo il 43,5%. Ma la percentuale lieviterebbe se si inserissero i costi aggiuntivi legati al rispetto delle scadenze fiscali: ulteriori spese, tempo perso, ansia da compilazione, preoccupazioni per errori involontari. Uno studio del Sole 24 Ore ha recentemente stimato in oltre 17 miliardi di euro il costo annuo dei principali adempimenti, tra dichiarazioni, comunicazioni e versamenti. Sono piccole cose, ma dover pagare anche la posta o la banca per poter pagare le imposte dà la sensazione spiacevole di doversi piegare a una tassa sulla tassa. In ogni caso 173 milioni di operazioni fiscali richiedono a professionisti e Caf, secondo il quotidiano economico, oltre 19 milioni di giornate di lavoro. Un dato che fa pensare che il fisco complicato sia un’idea perversa per combattere la disoccupazione. La predisposizione dei documenti e l’onorario al professionista in alternativa al tempo richiesto per studiare la normativa, sempre ammesso che sia possibile, sono operazioni che in buona parte potrebbero essere risparmiate a molti contribuenti – e questo era lo spirito del 730 precompilato – non solo sulla dichiarazione dei redditi, ma sulla quasi totalità delle imposte. La tracciabilità delle operazioni dovrebbe dare una mano non solo sui controlli contro l’evasione, ma anche per alleviare i compiti ai contribuenti.

Sarebbe giunta l’ora di ripensare all’impostazione della riforma fiscale del 1973. Poco più di quarant’anni fa il calcolo delle imposte era eseguito dagli uffici del Fisco che facevano il conto e ne chiedevano il pagamento. Con il nuovo sistema si è capovolto il sistema. Da allora è il contribuente che procede all’autoliquidazione, versando in base alla propria situazione e poi, semmai, è il Fisco a fare controlli, tra l’altro, ormai praticamente automatici, almeno sul piano formale, grazie a computer ben più efficienti di quelli degli anni Settanta.

Tutto questo però ha comportato un maggiore aggravio ai compiti del contribuente. Così che il Fisco, in senso lato, parlando di imposte sugli immobili, si risparmia anche la fatica di fornire dati che ben conosce, come i valori catastali e le aliquote, e scarica sul cittadino la responsabilità di recuperare le informazioni, fare i calcoli e magari sbagliare o dimenticarsi qualche scadenza. Non costerebbe molto utilizzare i computer per ritornare al buon vecchio mondo antico, con l’esattore che dice quanto il contribuente deve pagare e il contribuente che paga, ma non deve fare altro.

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