Siamo al ridicolo! Ora si encomia anche la normalità

Siamo al ridicolo! Ora si encomia anche la normalità

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Giuseppe Parazzini

La notizia dovrebbe essere quella che Beppe Parazzini ha ricevuto dalle Forze Armate un encomio, per il suo valoroso comportamento, in occasione della manifestazione in cui i Black Bloc hanno messo a ferro e fuoco un paio di strade, nel centro di Milano. Dico dovrebbe, perché si tratta di una non-notizia: che Parazzini, già presidente nazionale dell’Ana, fosse persona di valore si sapeva, senza bisogno di attestati da fuori. Che le nostre Forze Armate fossero diventate tanto molli da encomiare un comportamento semplicemente dignitoso è ancor meno stupefacente: un capo di stato maggiore ha appena approvato una legge che equipara i disertori fucilati nella Grande Guerra ai caduti combattendo per la Patria, per cui non mi stupisco più di niente. Dunque, in questo Paese, basta compiere un gesto eroico come esibire al balcone la bandiera nazionale per essere encomiati ufficialmente: se resisti impavido a quattro uova marce lanciate da dei teppistelli, ti guadagni la stessa ricompensa che, cento anni fa, dovevi meritarti con azioni di coraggio leggendario, sul Piave come in Adamello. Direi che, sul versante della considerazione per le qualità morali degli Italiani, siamo scesi di qualche gradino. Se proviamo a domandarci come siamo arrivati a questo punto, noteremo che, un poco alla volta, la corrosione dei più elementari valori patriottici, ha provocato una serie di crolli progressivi della tenuta civile, fino ad arrivare al ridicolo della notizia odierna: l’encomio alla normalità.

D’altronde, non siamo i soli che stanno attraversando questa fase di rammollimento collettivo: i nostri avversari del 1915 sono passati dal “Gott erhalte” a Conchita Wurst, per cui non è che se la passino tanto meglio. Gli è che, a parer mio, abbiamo vissuto qualche decennio di confusione: confusione morale, militare, giudiziaria, religiosa e, naturalmente, sessuale. Si è cominciato a fare confusione fra ordine e repressione: nella guerra delle parole hanno vinto quelli che vedevano nel mantenimento, anche a costo di qualche manganellata, dell’ordine pubblico un fenomeno bassamente reazionario. Oggi, polizia e carabinieri hanno letteralmente paura di sedare i disordini di piazza o anche solo di fermare gli zingari che ti impongono il pizzo alle biglietterie automatiche: temono di venire censurati come torturatori ed aguzzini. Confusione veicolata scientemente da chi preferisce il casino all’ordine, ovviamente: ma messaggio vincente, a quanto pare. Poi, la confusione è passata al piano militare: l’esercito non serve a nulla, mettete dei fiori nei vostri cannoni, un anno buttato via eccetera eccetera. Ignoravano, gli ignoranti, che, spesso, un anno di naja era l’unico strumento per raddrizzare le pianticelle un po’ sbilenche: insomma, che la naja era più un anno educativo che addestrativo. Alla fine, con la scusa che era costosa, l’hanno eliminata: e i risultati si vedono. Adesso si parla di servizio civile obbligatorio: per paura di un Paese di potenziali golpisti, lo si vuole trasformare in un Kibbutz.

Confusione: idee pasticciate, tipiche di una classe politica impreparata e facilona, che, tra l’altro, la naja si è guardata bene dal farla. La maledetta confusione, poi, si è estesa a tutto il nostro vocabolario etico e civile: ecco che il delinquente viene percepito come un peccatore e il delitto come un peccato. Stante la maledizione di avere il Vaticano in casa, la confusione tra carità cristiana e giustizia civile e penale è via via aumentata: oggi, appena uno ammazza la moglie, accorrono mille prefiche ad impetrarne il perdono. E il risultato si chiama incertezza della pena, perché è, prima di tutto, incerta la colpa. E delle vittime non si parla mai: ci si preoccupa con encomiabile solerzia di Caino, ma Abele non se lo fila nessuno. Vedove e orfani, di mafia, del terrorismo, dei pirati della strada, dell’uranio impoverito, sono una zavorra scomoda, perché sono la prova vivente della vigliaccheria dei politici, della miseria etica di uno stato che si dimentica dei migliori per dedicarsi, evangelicamente, solo al figliuol prodigo. Che, se non fossimo cattolici, dovremmo giudicare un bel furbacchione, nell’Italia del terzo millennio.

Di scalino in scalino, siamo scesi nelle classifiche della civiltà, oltre che in quelle dell’economia: solo che di questa graduatoria non si parla mai. I veri problemi dell’Italia sono effimeri, teorici, filosofici: non hanno a che vedere con la vita quotidiana della gente. Semplicemente perché l’Italia delle leggi, dei telegiornali, delle omelie, non è più l’Italia della gente: stiamo parlando di due paesi diversi, che la pensano all’opposto e vanno in direzioni opposte. Per questo, ci si guarda bene dal domandare al popolo cosa pensi di certe cose. Così, nella guerra del Golfo vengono decorati gli unici piloti che si fanno abbattere: non quelli che portano a termine brillantemente la propria missione. E si concede un encomio a Parazzini, come se essere una persona perbene fosse un eccezionale atto di abnegazione, anziché trattare quelli che lo insultavano e gli lanciavano le uova come meritano di essere trattati i delinquenti. Ci sono dei momenti della storia in cui la confusione diventa crimine e si deve ribaltare di nuovo tutto quanto. Attenzione perché in latino ribaltamento si dice “revolutio”.

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