Ripartiamo ma c’è poco da festeggiare. Ridiamo dignità al lavoro di tutti

Ripartiamo ma c’è poco da festeggiare. Ridiamo dignità al lavoro di tutti

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Ripartiamo. Sperando che questa sia la volta buona per non tornare più indietro. Non ce la faremmo.

Siamo contenti dell’ulteriore eliminazione delle restrizioni ma non cantiamo vittoria perché c’è poco da festeggiare. Ci sono imprenditori che, di fatto, hanno la loro attività ferma da ottobre, sette interminabili mesi. Altri che hanno potuto lavorare anche prima, ma solo in condizioni che hanno messo a dura prova la dignità del proprio lavoro.

Per qualcuno il comunicato del Governo di lunedì sera è suonato come una beffa. Annunciare ora la ripartenza delle attività economiche quando per loro la riapertura sarà tra un mese o addirittura di più – penso a chi gestisce una piscina – o a chi non sa ancora quando potrà riprendere a lavorare – come i gestori delle discoteche – non è che un ulteriore schiaffo alle residue speranze di sopravvivenza. Toni meno trionfalistici di quelli visti in questi giorni sarebbero stati più graditi dopo quello che la pandemia è costata agli imprenditori e ai loro familiari e dipendenti. L’epilogo, sperando che questo si tratti, del contrasto al Covid-19 ci lascia infatti una grande amarezza. La questione del coprifuoco è diventata una partita a scacchi tra i membri del Governo, Salvini con la Lega e la Meloni con Fratelli d’Italia.

Alla fine tutti annunciano di aver vinto la partita che, in realtà, hanno perso bellamente. Il coprifuoco ha infatti costituito il casus belli politico di una battaglia politica quando, invece, era senza senso scontrarsi su quello che è un falso problema rispetto al tema della riapertura del servizio al tavolo all’interno dei locali.  L’amarezza nasce, soprattutto, perché la sofferenza economica di qualcuno non sembra essere percepita dagli altri. Si chiedeva di riaprire non per negazionismo o superficialità, ma perché si stava consumando un dramma. E cioè quello di non poter lavorare, la peggiore frustrazione per una persona. Chi ha un bar, un ristorante o altre attività costrette a chiudere, ha vissuto le preoccupazione e le tragedie familiari di tutti, oltre all’ansia del dissesto finanziario.

È stata vita quella di queste persone in questi lunghi 15 mesi? In tanto tempo non si è fatto nulla per cercare una strada alternativa alla chiusura incondizionata delle attività; sarebbe stato meglio evitare di fare di “tutta un’erba un fascio” facendo pagare ad un nutrito gruppo di imprenditori un prezzo ancora più alto nella lotta alla pandemia. Lavandosi, peraltro, spesso la bocca e promettendo ristori irrisori.

Il contrasto alla pandemia ha significato anche questo. Le responsabilità di chi si è fatto paladino della salute di tutti con i soldi degli altri. Perché rinunciare ad un caffè al bar è rinunciare solo ad un caffè. Dipende da quale parte del banco stai.

 

 

 

 

 

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