Legge di Stabilità / Le tasse calano, ma resta il nodo delle coperture

Legge di Stabilità / Le tasse calano, ma resta il nodo delle coperture

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renzio2.jpgSi può parlare male di una manovra che riduce le tasse in maniera trasversale un po’ a tutti gli italiani? Sì, se non si capisce da dove arrivano i soldi che permettono questo taglio. Perché per distribuire soldi presi a prestito non ci vogliono grandi statisti.

Il problema della legge di Stabilità presentata giovedì dal governo sta tutto in queste cifre. Come interventi siamo nell’ordine del perfettibile. Si possono preferire, come fa l’Europa, le imposte sui consumi e sui patrimoni (come la casa) a quelle sul lavoro e sui redditi che frenano la ripresa oppure si può ritenere più efficace, come fa il governo, l’abolizione di una tassa che in Italia tocca due terzi della famiglia, come Tasi e Imu, per alimentare i consumi piuttosto che fare interventi sulle pensioni. Sono valutazioni di priorità e di opportunità politica sulle quali è inevitabile che non ci sia l’unanimità. Qualcuno sarà anche scontento, perché avrebbe preferito puntare più su una voce che su un’altra, ma nel complesso, tenuto conto anche delle situazione generale delle finanze pubbliche, che non si possono permettere più di tanto, si può considerare che il governo si sia mosso nella direzione giusta di una riduzione delle tasse che dovrà necessariamente avere, come promesso, una nuova puntata l’anno prossimo per la riduzione delle imposte sui redditi.

Un altro risultato incontestabile della legge di Stabilità è che ha disinnescato un’altra trappola delle clausole di salvaguardia. Almeno per il 2016 gli aumenti automatici di imposte, come l’Iva, e accise, come quelle sui carburanti, per assicurare la tenuta dei conti non ci saranno: sono 16,8 miliardi di euro di tasse risparmiate. Formalmente non sono tributi tagliati, ma tributi non introdotti: c’è una certa differenza non solo semantica. Quando si sente parlare di riduzione di tasse si pensa che si dovranno pagare meno tributi, non che non si dovranno pagare gli aumenti. Quasi due terzi della manovra (il 63% circa) se ne vanno quindi per evitare uno svantaggio, più che per portare un vantaggio ai contribuenti. Può essere deludente, ma considerata la nostra situazione è già un risultato. Certo, adesso restano da trovare i 55 miliardi per il 2017 e il 2018 per chiudere definitivamente la tagliola delle clausole di salvaguardie, ma il primo ostacolo almeno è stato superato.

Il problema è su come è stato ottenuto ed è il tema sul quale si accentrano le perplessità concrete relative a questa manovra. Il premier Matteo Renzi si è divertito a presentare la manovra con 25 tweet, una versione sintetica delle slide, sicuramente più noiose, ma che avevano il vantaggio di far vedere meglio i numeri. Le cifre parlano di un’operazione complessiva da 26,5 miliardi che potrebbe salire a 29,5 con un anticipo del taglio dell’Ires e interventi per l’edilizia scolastica, nel caso che venga accettata la richiesta avanzata alla Ue di utilizzare uno 0,2% di spazio di patto in più per la clausola “migranti”. Tolti i 16,8 miliardi della eliminazione della clausola di salvaguardia, la legge di Stabilità si riduce a 9,7 miliardi (più gli eventuali 3 miliardi, se autorizzati dalla Ue) e metà di questi sono effettivamente legati a reali abolizioni di tasse sulla prima casa (3,7 miliardi), sull’Imu agricola (400 milioni) e sugli impianti imbullonati (500 milioni).

Il vero nodo però è su come si intendono trovare le risorse a copertura. Dalla spending review si aspettano 5,8 miliardi. In pratica la riduzione delle spese riuscirà a finanziare poco più dell’abolizione delle tasse sulla casa, sull’Imu agricola e sugli impianti imbullonati. Per il resto ci si affida a 2 miliardi previsti dalla sanatoria una tantum del rientro dei capitali, la voluntary disclosure, a un miliardo che arriverà da imposte sui giochi e nuove gare e ad altri 3,1 miliardi legati ad ulteriori efficientamenti (tra i quali circa due miliardi del mancato aumento del fondo sanitario). In questo modo si riescono a finanziare tutti gli altri provvedimenti della manovra (pacchetto enti locali, contrasto povertà, interventi per sviluppo e sugli ammortamenti e sulla contrattazione aziendale, sgravi contributi sulle assunzioni e così via) e anche una parte dell’eliminazione delle clausole di salvaguardia. Ma solo una parte, perché restano fuori 14,6 miliardi di euro. Per questi ci si affida al buon cuore dell’Europa. Quella stessa Europa che ci aveva imposto la clausola di salvaguardia per contenere il deficit dovrebbe insomma concederci la flessibilità di aumentare il deficit per evitare che scatti la clausola di salvaguardia. Ci vuole una bella faccia tosta italiana solo per pensarlo, a è paradossale che alla fine i presunti cattivoni alfieri del rigore ce lo concederanno anche. E così, come sempre, la riduzione delle tasse e soprattutto la mancata riduzione della spesa, la faremo pagare a chi verrà dopo. Del resto in qualche modo il quinto maggiore rapporto tra debito e Pil a livello mondiale dobbiamo pure essercelo costruiti.

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