Credito, perché è bene cominciare a spulciare i bilanci delle banche

credito45541.jpgLa Bce chiede all’Italia di fare al più presto pulizia dei prestiti bancari di difficile rientro. Le ipotesi sono una bad bank, ovvero un istituto deficitario dove concentrarli, o uno smaltimento per altre strade, come la cessione a istituti specializzati nell’immondizia bancaria, che comprano a forte sconto i “non performing loans” (i prestiti non performanti) per procedere poi all’incasso del più possibile con le cattive più che con le buone, abbandonando quel minimo di garbo al quale gli istituti di credito sono comunque costretti. L’importante è che non appesantiscano più i bilanci degli istituti, frenandone tra l’altro l’operatività, dato che la qualità degli attivi condiziona il rispetto dei requisiti patrimoniali

Un rapporto Abi-cerved sostiene che il tasso dei crediti difficili scenderà sensibilmente, ma solo nel 2017. E allora questa “nuttata” lunga almeno un anno sarà ricca di patemi per tutti. Per i debitori, per le banche, per i loro azionisti e anche, per l’effetto del bail in (il coinvolgimento in caso di necessità di risanamento), anche dai correntisti. Il salvataggio dei quattro istituti commissariati (Etruria, Marche, Carife e Carichieti), condotto in maniera accorta e previdente dal governo, nonostante la cattiva pubblicità strumentale che ne è stata fatta, non sarà infatti più possibile. Grazie alla tempestività dell’intervento del decreto sono stati limitati i danni e sono stati colpiti “solo” quanti erano azionisti o avevano strumenti finanziari equivalenti ad azioni, come le obbligazioni convertibili. Dall’inizio dell’anno anche chi è semplice correntista di una banca in dissesto rischia di rientrare nel pagamento del dissesto, almeno per il deposito superiore ai 100 mila euro.

Al momento ci si trova di fronte a “crediti non performanti” per poco meno di 200 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Abi. Ma la Bce sospetta che l’impatto finale sulle banche possa essere peggiore di quanto appare ed ha avviato una serie di verifiche, per capire, tra l’altro, se sono adeguate le garanzie a presidio del credito. Ad esempio, nel settore immobiliare a fronte di mutui ci sono ipoteche accese sulla base di perizia per un importo che si aggira sull’80% del valore dell’immobile a garanzia perché fortunatamente la fase del mutuo facile, a volte anche superiore al 100% della perizia, in Italia è durata poco. Però il calo dei prezzi del mercato degli immobili, specie se di livello non elevato, sta comportando che la garanzia dell’ipoteca è una tutela sempre più parziale. I vigilanti della Bce vogliono capire insomma se ci possono essere sorprese negative per l’istituto in caso si trovino nella necessità di dover vendere all’asta un immobile ipotecato per mutui non pagati per recuperare il credito.

Cosa può fare il governo in questi casi, oltre a raccogliersi gli strali, anche se immeritati? Poco come intervento diretto, mentre può fare molto indirettamente, con una politica che crei veramente le condizioni per una crescita diffusa, a partire dalla tutela della popolazione, tipicamente il ceto medio, che contrae mutui in modo che non si trovino nelle condizioni di non pagare. E potrebbe fare qualcosa per rendere i sistemi di recupero crediti più efficienti degli attuali, dove per principio il debitore ha sempre ragione.

Cosa può fare il cittadino per non trovarsi coinvolti nel bail-in. Il primo dato è quello di ricorrere all’informazione finanziaria: nonostante quello che si dice, è almeno dal 2013 che Banca Etruria è quanto meno chiacchierata. Un altro dato è quello di guardare ai bilanci degli istituti. Lavoro non facile e poco piacevole, ma che può risultare molto interessante. Oppure guardare all’ammontare dei crediti deteriorati e soprattutto alla sua loro percentuale sull’attivo. Tre istituti da soli hanno quasi 190 miliardi di crediti deteriorati lordi: Unicredit 80,7, Intesa Sanpaolo 64,4 e Montepaschi 47,4. Ma mentre per i primi due questi pesano rispettivamente il 4,5% e il 5,1% dell’attivo, per il Montepaschi rappresentano il 14,3%. Tra i grandi istituti solo Carige (6,7 miliardi, pari al 28% dell’attivo) ha una percentuale peggiore. Sopra il 10% sono anche Creval (12,5%), Banco Popolare (11,5%) e Bper (10,9%). Sotto il 10% si trovano Ubi (8,5%), Bpm (7,5%). Popolare Sondrio (6,1%) e Credem (2,3%). Sono crediti lordi e molto dipende da quanto sono coperti dalle riserve e dalle garanzie che ora la Bce vuole verificare. Ma quando non ci sono problemi con il lordo, nel ragionamento con il netto non può che esserci un miglioramento.

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