Ubi, gli azionisti diretti in Consiglio? Meglio dar ascolto agli ammonimenti

ubi-banca1.jpgIn Italia – e quindi a Bergamo – sono tutti commissari tecnici della Nazionale, direttori di giornali, presidenti del Consiglio, amministratori delegati e ovviamente banchieri. Controindicazione della libertà di parola è che quelle a vanvera sono numericamente preponderanti e sovrastano quelle di chi sa di che cosa sta parlando. Così, per cercare di ristabilire un po’ di equità, vale la pena di ricordare almeno due recenti interventi di tecnici del settore, che possono essere utili per inquadrare la vicenda Ubi. Uno è l’intervento del responsabile della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo. Il riferimento specifico è in questo caso alla riforma delle Bcc, ma vale anche per quella delle sorelle maggiori, le Popolari. La ratio del Governo, declinata in maniera diversa, è infatti la stessa. Come ha ribadito il ministro dell’Economia Padoan la considerazione di base è che il sistema è troppo frammentato. Insomma, ci sono troppe banche e a parere del governo questo non va bene, perché piccoli istituti possono creare grandi problemi. E dato che volontariamente le aggregazioni stentavano a procedere, nell’impossibilità di renderle obbligatorie, perché comunque c’è la libertà di impresa, ha creato la situazione per “favorirle” prescrivendo trasformazioni societarie delle grandi popolari cooperative in Spa e delle singole Bcc in realtà dipendenti da holding sulle quali è più facili vigilare e che ne delimitano l’autonomia. Le obiezioni che anche in questo modo è stata violata la libertà di associazione al momento non hanno avuto riscontro e, anche se il governo sembra che da arbitro, se proprio non sia diventato un giocatore, si comporti ormai come un appassionato tifoso (come conferma l’esplicito sostegno alla fusione Banco-Bpm), questo è lo scenario.

Barbagallo, in ogni caso, sostiene che c’è una cinquantina di banche di credito cooperativo in difficoltà (su un totale di oltre 300) e potenzialmente sottoposte a «tensioni» dovute alla scarsa patrimonializzazione e alle debolezze e criticità di un sistema reso ancora più fragile dalla crisi finanziaria. In generale Barbagallo, al di là delle riforma, fotografa un mondo scarsamente capitalizzato e poco propenso all’innovazione, che ha nel territorio la sua forza e allo stesso tempo il suo limite, con conflitti di interesse e condizionamenti locali che possono influenzare le decisioni di allocazione del credito e di investimento, «mettendo a rischio la sana e prudente gestione». Questo è un parere autorevole sul fatto che non sia sano fondare una banca, Bcc o popolare che sia, soltanto sul riferimento al territorio. E in ogni caso lasciare pensare che il richiamo non sia  sempre in buona fede. Altrettanto chiaro è stato l’editoriale dell’ex presidente dell’Abi Tancredi Bianchi sul dorso di Bergamo del Corriere della Sera. Dall’alto della sua pluridecennale esperienza di banchiere, in questo caso parlando esplicitamente di Ubi, rimette nella giusta carreggiata il dibattito sulle nomine. Pur avendo reso popolare in passato l’espressione “i piedi nel borgo, la  testa nel mondo”, il professor Tancredi Bianchi, nel suo intervento ha saltato a piè pari, come merita, il tormentone ultraprovinciale sulla conta dei rappresentanti bresciani e bergamaschi. Questa in una Spa è infatti una questione superata dal fatto che è naturale che chi ha più azioni faccia valere il suo peso. Ed è anche una questione affrontata fuori tempo perché se Bergamo vuole continuare a contare, come crede di dover contare, lo deve fare non tanto riferendosi alla tradizione, ma comprando più azioni, o organizzandosi meglio. Il problema della rappresentanza in ogni caso scoppia adesso, ma ha le sue origini con la naturale diluizione conseguente alle fusioni, accentuata dal fatto che quella con la Banca Lombarda ha riguardato una Spa con capitale meno frammentato. Ma, nella logica del se, probabilmente senza fusioni, quella che ha dato origine a Ubi e ancora di più quella precedente che ha portato alla nascita di Bpu, la Banca Popolare di Bergamo sarebbe già stata inghiottita da qualche gruppo più grosso.

Tancredi Bianchi pone comunque un’altra questione, meno appassionante dei derby campanilistici, ma più concreta. Nelle società per azioni moderne la tendenza, che non è una moda, ma una necessità, è una maggiore distinzione tra azionisti, controllori e gestori. La preoccupazione non deve essere quindi tanto sul fatto che ci siano consiglieri bresciani o bergamaschi, ma che ci siano professionisti di valore e sempre meno condizionati dal loro essere (grandi) azionisti. La critica quindi dovrebbe essere rivolta semmai non tanto al fatto che ci sono troppi bresciani e pochi bergamaschi, ma al fatto che si profila un consiglio di sorveglianza dove è forte la presenza diretta di azionisti di peso, in particolare nella parte bresciana del listone. Ed è incidentale che siano bresciani, se non per il fatto che in quest’area si trova la maggiore concentrazione di grandi azionisti. Parere personale è che in fondo questo può essere anche maggiormente ammesso in un consiglio di sorveglianza che ha il ruolo che dice il suo nome – in fondo chi ha un interesse diretto è anche particolarmente motivato a controllare – anche se effettivamente sarebbe stato meglio che ci fosse una maggioranza di consiglieri totalmente indipendenti o comunque soci non così rilevanti. L’ammonimento di Tancredi Bianchi è però da tenere seriamente presente nella futura composizione del Consiglio di gestione: se dovesse esserci una ampia presenza di azionisti diretti (che nello specifico non potrebbe che essere bresciani) allora sì che invece di avere una banca più aperta e moderna si rischierebbe di spostare soltanto la chiusura di mentalità da un territorio ad un altro.

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