Terziario in cerca di ripresa.
Mosler: «Il nodo sono le restrizioni Ue»

nella foto: il presidente dell’Ascom e della Camera di Commercio Paolo Malvestiti, l’economista statunitense Warren Mosler e il presidente di Federmoda Italia Renato Borghi 

L’austerità strozza il giro dei consumi, che è lo scopo stesso dell’economia, ed è stata creata a tavolino con il trattato di Maastricht che ha punito l’Italia per essere un Paese di buoni risparmiatori. «È la politica restrittiva dell'Unione Europea che causa problemi, non l’euro e il sistema monetario di per sé. L'Ue ha deciso che gli Stati membri non avrebbero dovuto ricevere aiuto dalla Bce per liberare le forze dei mercati e fargli "disciplinare" le nazioni dell’Unione – sostiene a gran voce Warren Mosler, fondatore di spicco della scuola economica Modern Money Theory o Mosler Economic -. Questo errore ha fatto sì che i tassi d'interesse andassero alle stelle e ha aggravato la crisi finanziaria. La crisi dei tassi d'interesse terminò nel 2012 quando la Bce dichiarò che avrebbe fatto tutto il necessario per prevenire il default degli stati membri. Questo ha permesso all'Italia di finanziarsi a dei tassi d'interesse più bassi, ma non ha risolto i problemi dell'economia reale.
Al contrario, nuovi tagli alla spesa e le nuove tasse hanno incrementato ulteriormente la disoccupazione. E questa è tutta e solo politica». Come lo è la soluzione: «La Bce non può rimanere senza euro. Lo scorso anno sono stati spesi 1.000 miliardi di euro in liquidità bancaria. E da dove sono venuti questi soldi? Si è trattato di un semplice inserimento dei dati». Né più né meno del tabellone di punteggi di uno stadio o di un foglio di calcolo di Excel. Non resta altro che cambiare le regole del gioco.

Da settima potenza mondiale e prima produzione industriale in Europa siamo stati declassati nel girone degli Stati con squilibri macroeconomici eccessivi, come ha ribadito il commissario europeo Olii Rehn. Come vede l’Italia, Paese che conosce molto bene, dagli Stati Uniti?
«Mi sembra che vada molto male. Le regole dell’Unione Europea hanno punito l’Italia per essere un buon risparmiatore. Il deficit del Governo corrisponde al risparmio del settore privato. Il deficit al 3% limita la crescita dei risparmi privati di cui l’Italia ha bisogno».

È davvero tutta colpa dell’euro e delle politiche di Bruxelles? I parametri di Maastricht creano povertà e disoccupazione?
«Assolutamente sì. L’austerità ci riporta al trattato di Maastricht, nel 1997. È come aver davanti un incidente ferroviario al rallentatore, già previsto venti anni fa. Non è naturale non avere deficit ed il veto è stato istituito per avere la certezza che ci sarebbe stata l’austerità, con l’annesso disastro sociale ed economico. Il limite al 3% è troppo basso. Bisogna smantellare le restrizioni, cosa che hanno detto che avrebbero fatto verbalmente, ma lo devono mettere per iscritto. Una combinazione di tasse più basse e l’aumento della spesa pubblica è la direzione giusta. Solo in questo mondo i risparmi possono incrementare».

Come se ne esce?
«Bisogna chiedere all'Unione Europea di allentare i limiti al deficit pubblico. L'ideale sarebbe passare dal 3% all’8,5%. Nessuno Stato ha mai chiesto di allargare il deficit perché ha sempre guardato positivamente solo a deficit bassi. È questo il grande problema e il grande errore. La mia idea è condivisa, ma mi sono sentito di recente dire da un illustre economista tedesco che ormai la politica è andata troppo oltre in questa direzione per tornare indietro. E questa è la peggiore risposta che mi potessero dare».

Renzi ha annunciato di voler ritrattare, dopo aver portato sul tavolo a Bruxelles le Riforme, i parametri di Maastricht, vecchi vent'anni. È possibile che si stia andando nella giusta direzione?
«Non ho visto nella lista delle priorità del nuovo governo l'aumento del deficit. Se la trattativa include la possibilità di innalzare il tetto del deficit allora credo che ci siano delle buone speranze, diversamente non vedo ancora grandi possibilità all'orizzonte».

L’Italia può davvero abbandonare l’Eurozona? 
«Qualora non sia possibile ottenere un innalzamento del tetto del deficit, restano altre due opzioni: la prima è soffrire per sempre, l’altra è quella di adottare la lira e ottenere il deficit necessario per incrementare la spesa pubblica e far ripartire l’economia. Il ritorno alla lira o a qualsiasi altra moneta, fiorino, ducato, purché coniata in Italia consente di incrementare la spesa pubblica senza dover chiedere a nessuno il permesso. In uno Stato naturale non esistono problemi di solvibilità. Ma se si sceglierà la lira e si continuerà a perseguire il pareggio di bilancio come obiettivo, non si otterrà ugualmente alcun risultato».

Tornare alla lira non comporta dei rischi?
«Se i leader vogliono continuare a mantenere il pareggio di bilancio il cambiamento non porta alcun miglioramento. Il secondo timore è tecnico: io non consiglierei di convertire in lire i depositi bancari esistenti, ma di mantenerli in euro, in questo modo non ci sarà una corsa all'accumulo di lire ma si spenderanno euro per ottenere lire».

Qual è oggi la priorità per rilanciare imprese e lavoro, con un tasso disoccupazione elevatissimo? Si parla di liberalizzare contratti di lavoro in entrata e in uscita, tagliare la burocrazia… Solo negli ultimi giorni si è tornato a parlare di crescita e occupazione. Quale può essere la “exit strategy”?
«Bisogna partire dal presupposto che, in generale, alla imprese non piace assumere chi è disoccupato, specialmente dopo due o tre anni di assenza dal mercato del lavoro, anche se si è molto qualificati e competenze. Una soluzione per favorire il reinserimento lavorativo può essere rappresentata dall'impiego di transizione. Questo tipo di impiego facilita la transizione dalla disoccupazione all'impiego nel settore privato, come è stato dimostrato laddove è stata messa in atto. La Banca Centrale Europea potrebbe finanziare un posto di lavoro di transizione per tutti coloro che siano a disposizione per quel lavoro con una retribuzione salariale minima stabilita».

I consumi in Italia sono scesi dal 2007 al 2013 dell’11%. Nel 2013 i consumi delle famiglie sono calati di 21,6 miliardi di euro rispetto al 2012. Allarma il crollo della spesa alimentare che ammonta, sempre nel 2013, a -3,6 miliardi di euro. Quali soluzioni intravede perché l’economia torni a girare?
«Se il governo continua a sottrarre ricchezza ai cittadini e a ridurre la spesa pubblica non vedo soluzioni. Non è una sorpresa che il dato relativo ai consumi sia così disastroso».

Moltissime piccole imprese chiudono, le grandi imprese passano in mano straniera. Si dice spesso alle aziende italiane di aprirsi a nuovi mercati. La corsa all’export è un’opportunità oppure porta solo altri a far godere dei nostri sacrifici?
«Le esportazioni sono un beneficio solo se usate per compensare le importazioni. L’Italia può esportare una Ferrari in Germania ed utilizzare il guadagno dell’esportazione per acquistare tre Mercedes, ma il massimo guadagno sarebbe importare direttamente cinque Mercedes. Quello che conta sono i termini reali di scambio. Non bisogna avere un surplus commerciale nel proprio Paese. Le esportazioni devono essere il prezzo delle importazioni».

La tassazione è ai limiti della sopportazione, le imposte locali sono aumentate del 130% negli ultimi 20 anni. La pressione fiscale sembra non avere limiti, a danno di occupazione e consumi. La spesa pubblica italiana per ridurre la povertà è inferiore ad altri Paesi, come la Svezia, ma anche la Francia e la Germania. Lo Stato incassa troppo e spende troppo poco?
«Non ha alcun senso portare via denaro alla gente. Alzare le tasse e allo stesso tempo diminuire la spesa pubblica è un suicidio. Se aumentano le tasse il potere d’acquisto precipita e se diminuisce la spesa pubblica la gente ha allo stesso modo meno soldi perché si erodono i risparmi privati. Il risultato è che non ci sono  abbastanza soldi da spendere e i consumi crollano inesorabilmente. Tutto a questo punto deve essere tagliato: salute, educazione, sicurezza. Possiamo compararlo ad un parrucchiere che a forza di accorciare, da una chioma sempre più corta si trova a non avere più capelli da tagliare. Non ha senso e ogni economista non può che essere d’accordo su questo».

Una scelta particolarmente invisa è stata l’aumento dell’Iva al 22%. Cosa pensa di questa imposta?
«L 'Iva è una tassa che colpisce tutti, anche le persone che hanno i redditi più bassi e questo non può che essere rilevante e degno di considerazione politica. Il mio lavoro è soprattutto quello di indicare e fornire delle opzioni politiche. Se ci si pensa con attenzione non è auspicabile avere una tassa sulle transazioni. Se vogliamo che le persone possano acquistare e vendere prodotti liberamente non bisogna introdurre restrizioni sugli scambi: se l'Iva è troppo elevata si scoraggiano i consumi e se c'è una tassazione del reddito troppo elevata anche questa scoraggia il buon andamento delle transazioni. L'Iva ha dei costi di attuazione elevati e richiede un impiego di migliaia di persone che si occupano dei controlli, persone che potrebbero invece essere impiegate in altro modo a servizio della comunità». 

In Italia le differenti aree geografiche – Nord e Sud – hanno trattamenti molto diversi da parte dello Stato. A pagare il conto sono soprattutto le aree che permettono di pagare i conti delle altre Regioni. In questo momento è giusto continuare ad aiutare il Sud e le altre zone disagiate, oppure bisogna favorire le regioni-guida, anche esse in difficoltà, in modo che riparta l’economia?
«Le tasse del Nord non aiutano il Sud e viceversa. È solo un giro di soldi nel medesimo contenitore, l’Italia, lontana dalla ripresa con la tassazione insostenibile di oggi. L’unica soluzione per raggiungere l’equità sociale e tasse e prezzi più bassi per tutti è quella di incrementare la spesa pubblica. Per premiare la produttività e l’efficienza di un’area rispetto all’altra si può modificare la spesa pubblica e bilanciare le tasse in ogni area geografica».

Quali nazioni hanno applicato la Sua teoria?
«Nessuna, il mondo purtroppo va, a mio avviso, nel modo sbagliato. La Cina stava seguendo una politica di questo tipo, incrementando il deficit, salvo poi invertire la rotta. Il risultato è stato che la crescita si è ridotta e interrotta. Anche gli Stati Uniti stavano seguendo questa via, salvo poi negli ultimi anni tagliare la spesa e alzare le tasse, con gravi effetti sull’economia. È un errore: hanno continuato a vedere nel deficit un problema e la retorica dell’“abbassare il deficit pubblico” non ha fatto che avvalorare una tesi fasulla».

Invece ci hanno sempre detto che le tasse aumentavano per ridurre il debito pubblico.
«Nel mondo di oggi bisogna fare questo e l’Unione Europea si assicura che ciò venga fatto. Il debito degli stati membri oggi è reale. L’Italia quando aveva la lira non ha mai avuto alcun tipo di problema nel gestire il deficit pubblico. Gli interessi salgono e scendono perché sono le Banche Centrale a deciderlo e non hanno a che vedere con il mercato e con l’economia reale. È una scelta politica. L’Unione Europea ha creato un muro tra le banche e i governi per aiutare i mercati nella riduzione del deficit. I mercati possono imporre agli Stati in ogni momento la bancarotta, diversamente da quanto accade nel sistema monetario naturale».

Per quale ragione in Italia è tanto difficile tagliare le spese della politica? La responsabilità va ricercata nella mancata volontà della classe politica o – per incapacità o mancanza di volontà – nei burocrati che scrivono le leggi?
«Gli sprechi vanno sempre eliminati, in modo che queste risorse possano essere rimesse nell’economia. Con una maggior efficienza di gestione si può arrivare ad abbassare le tasse. Ma questo non è sufficiente, serve incrementare il deficit italiano. Visto che ai politici italiani piace  tanto spendere e spandere, non resta che aumentare la spesa pubblica per far tornare a girare l’economia. Con la disoccupazione al 12,6%, i tagli alle tasse efficaci per far ripartire l’economia dovrebbero arrivare a 100 miliardi di euro (dieci volte tanto quello che si annuncia di voler fare, ndr.)”.