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Galera o pacca sulla spalla? Il dilemma di fronte ai criminali stranieri

L'aggressione al capotreno che ha rischiato di perdere un braccio
L’aggressione al capotreno che ha rischiato di perdere un braccio

Il relativismo è una dottrina affascinante: è nato come una sana e sincera obiezione al dogmatismo e ha finito per diventare la foglia di fico del nostro suicidio civile e culturale. Si è cominciato con qualche timido “dipende”, con degli sporadici “però”, e si è arrivati al più smaccato giustificazionismo. Anche il giustificazionismo, d’altronde, è una dottrina affascinante: non a caso, è nato per giustificare gli olocausti novecenteschi ed ha finito per essere l’argomento principale dei più sinceri, pacifici e devastanti democratici. Proviamo un pochino a vedere come funziona. In tempi bui, di dogmi e di inquisizione, esisteva una sola verità, incontestabile, inconfutabile, e guai a chi la pensava diversamente: se il Papa avesse proclamato che i sassi sono buoni da mangiare e tu avessi obiettato che mangiare i sassi è cosa poco sensata, ti avrebbero messo ipso facto in gattabuia e, se recidivo, magari ti avrebbero grigliato con tutti i crismi.

Oggi, il Papa si domanda chi è lui per giudicare: e se lo dice lui, possiamo pure porci qualche dubbio anche noialtri, che non possediamo le virtù carismatiche di un pontefice. Dunque, chi siamo noi per giudicare? Ed ecco che, come ho più volte postulato, la religione e il diritto si sono felicemente mescolati, in una confusissima e sciropposa mistura, in cui il peccato e il peccatore si sovrappongono al delitto e al delinquente. Il relativismo, dicevamo: tutto è relativo. Se alle tenerezze papiste aggiungiamo questo superlativo portato dell’illuminismo, possiamo cominciare a spiegarci perché siamo conciati così.

Un delinquente abituale, strafottente e violento, che tagli via un braccio ad un controllore che gli chiede il biglietto, osservato attraverso il duplice filtro del neocristianesimo e del neorelativismo, diventa semplicemente una pecorella smarrita, che noi non possiamo giudicare e che, in fondo, dobbiamo giustificare, perché è un ultimo, un reietto, in sostanza una vittima del colonialismo e della brutalità della decadente e crudele società occidentale. Chi siamo noi per giudicarlo? Noi, figli del benessere e della prevaricazione. Noi, che, a ben pensarci, siamo i discendenti di coloro i quali hanno posto le premesse della pericolosità sociale del cicagno: gli abbiamo violentato la bis-bis-bis-bis-bisavola, gli abbiamo portato l’influenza e il colera, gli abbiamo rubato l’oro e le banane. La storia siamo noi: i colpevoli siamo noi. Dunque, chi siamo noi per giudicare?

Chiediamo scusa, anzi a tutti: ai cinesi e ai venezolani, ai turchi e agli africani. Se, oggi, la feccia del pianeta si riversa sui nostri treni e nei nostri quartieri, non dobbiamo prendercela che con noi stessi. E, comunque, se la papistica versione della storia umana non vi accontenta, c’è sempre il relativismo a convincervi definitivamente: perché ogni cosa va giudicata contestualizzandola. Questo presupposto, già di per sé, negherebbe la tesi, giacchè lo stesso relativismo parte da un postulato di tipo dogmatico, ma non facciamo troppo i sosfisticati. Il cicagno di cui sopra, che all’occhio rozzo e monocromatico dell’occidentale inculto appare come una specie di orrenda bestia tatuata, tetragona a qualsiasi incivilimento, ferocemente violenta e di una stupidità senza eguali, trasferito in un contesto appropriato si trasforma, come per incanto, in un personaggino ammodo. Perché il relativismo fa miracoli: una canzoncina scema, opportunamente contestualizzata, vale l’opera omnia di Mozart.

Le subamputazioni a colpi di machete degli avambracci altrui, nei barrios di Caracas sono pane quotidiano e, allora, perché dovremmo stupirci: dobbiamo, anzi, studiare e comprendere. Dunque, ricapitolando, noi non solo non possiamo giudicare, ma non dobbiamo nemmeno valutare, perché non possiamo sperare di capire. Ed eccoci impacchettati per benino. Per stabilire se un giovane criminale straniero, pluripregiudicato e che odia bestialmente tutto ciò che siamo e che rappresentiamo meriti la galera o una bella pacca sulle spalle, bisogna essere, come minimo, dei filosofi di scuola wittgensteiniana: e, anche in questo caso, la voce dalla cattedra ci ammonisce circa il fatto che non siamo attrezzati a giudicare. D’altronde, chi è senza peccato scagli la prima pietra. La soluzione mi pare evidente: o ci si iscrive tutti quanti ad un corso universitario a Tubinga o a Heidelberg o ci si procura un saio, un paio di sandali e si va in giro a perdonare meretrici e a ridare la vista ai ciechi. O, alla meglio, a riattaccare radii ed ulne ai controllori delle ferrovie, che, dati i tempi, sembrerebbe una taumaturgia più d’attualità. Machiavelli, mezzo millennio fa, era stato chiarissimo circa le nostre jatture: aveva esattamente inquadrato il problemino fondamentale del rapporto tra stato e chiesa. Solo che non poteva prevedere che ci si sarebbe messo anche il relativismo: era Machiavelli, mica Nostradamus…