Dopo Italcementi, riflettori puntati sulla Dalmine

tenaris (2)La cessione dell’Italcementi da parte della famiglia Pesenti, dopo lo smembramento dell’impero commerciale Lombardini, ha aperto gli interrogativi su quale potrebbe essere la prossima vendita di una grande azienda bergamasca da ritenere impossibile fino al giorno prima. Nel campo delle ipotesi il primo posto dove guardare sembra essere la carta d’identità: tra i grandi proprietari d’impresa bergamaschi abbondano quelli nati quando c’era ancora il Regno d’Italia e sono tutte da capire le decisioni che prenderà chi andrà al loro posto. La cessione non è da escludere come soluzione per il problema della successione generazionale. Un discorso particolare merita la Dalmine, complesso storico dell’industria bergamasca, che pure, formalmente, una proprietà veramente bergamasca non l’ha mai avuta, dalla Mannesmann alle Partecipazioni statali alla Tenaris dei Rocca, a conferma che in fondo quella dell’origine autoctona delle famiglie imprenditoriali è in buona parte retorica provinciale.

In ogni settore, con la domanda che precipita e quindi un eccesso di produzione, gli operatori cercano di difendersi contraendo l’attività, che vuol dire anche interventi di riduzione del personale. Alla ricerca del mantenimento dei margini spesso si realizzano aggregazioni e quando avviene la prima in genere ne seguono delle altre perché i più deboli e i più piccoli cercano in questo modo di non essere messi fuori da un mercato che anche così ritrova un suo equilibrio. E’ quello che è successo nel cemento, dove la fusione Lafarge-Holcim ha spinto verso l’acquisizione dell’Italcementi da parte di Heidelberg. Ma una situazione di sovrapproduzione simile si vede anche nei prodotti per l’industria petrolifera. Il settore dei tubi è abituato ad andamenti ciclici, ma questa volta oltre che per una domanda crollata per il calo dell’attività provocato dalla caduta del prezzo del petrolio, la sovrapproduzione è provocata anche dall’aggiunta di capacità produttiva dalla Cina. Tenaris, il gruppo della Dalmine, ha partecipato da protagonista, a metà dello scorso decennio, al precedente consolidamento del settore, con l’acquisizione di Maverick e Hydril. Una nuova fase sembra essere partita quest’estate con l’acquisizione da parte della Schlumberger della concorrente texana Cameron, un’operazione da 15 miliardi di dollari che crea il più grande operatore mondiale (59 miliardi di dollari di giro d’affari) nei servizi al settore petrolifero, in risposta alla precedente fusione da 35 miliardi di dollari tra le americane Halliburton e Baker Hughes, che erano la numero due e la numero tre del settore. Non si può escludere che la febbre delle fusioni investa anche le tecnologie del tubo per il petrolio, dove al momento tutti i grandi operatori, dalla Tenaris alla francese Vallourec ai gruppi giapponesi – l’industria cinese resta avvolta nel mistero – stanno attuando interventi vari, dalla riduzione di personale alla chiusura temporanea di impianti, per cercare di andare oltre la crisi.

Questa è comunque una di quelle situazioni dove sono stimolate le aggregazioni. Nel caso, Tenaris ha una solida posizione finanziaria (e la famiglia Rocca non manifesta intenzione di lasciare il campo) e quindi dovrebbe essere acquirente, più che venditore. Questo farebbe felici i campanilisti delle acquisizioni, ma, sempre nel campo delle ipotesi, essere dalla parte del compratore, opzione che in genere tutela il quartiere generale, paradossalmente non sarebbe una garanzia per lo stabilimento di Dalmine. In caso di aggregazione ci sarebbe comunque una valutazione sul piano industriale, per vedere se anche nello stesso gruppo c’è spazio per tutti, sempre ammesso che non ci siano richieste da parte dell’Antitrust. L’unica garanzia per la salvaguardia industriale alla fine non è nella cittadinanza del proprietario, ma nell’efficienza e nella competitività dell’impianto.

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