Quel coprifuoco che spegne il commercio e la ristorazione più che il virus

Perché non punire chi non rispetta le regole, invece di chiudere tutto in blocco? Intanto a pagare è sempre il terziario, che pure occupa un terzo dei lavoratori bergamaschi

Lo scontro aperto tra governo e sindaci, con la pubblicazione del nuovo DPCM, ribattezzato anche lo “scaricabarile” sui Sindaci, ha trovato ben presto una linea di convergenza e di rilancio: non si chiudono le piazze, non  si puniscono i trasgressori,  ma si manda a casa tutti alle 23. E a ciò si aggiunge la chiusura dei centri commerciali e delle medie superfici di vendita, per scongiurare assembramenti il sabato e la domenica.

Insomma, tra la richiesta drastica dei diversi comitati Scientifici, composti da luminari, di imporre un nuovo lockdown, è passata una linea comune e condivisa: le Regioni firmano   ordinanze restrittive sul terziario, i Sindaci dei comuni capoluoghi propongono e avvallano soluzioni che non richiedono grandi spiegamenti di polizia e all’orizzonte si intravede- di nuovo- un nuovo DPCM.

Alla fine, purtroppo a pagare è sempre il soggetto debole, in questo caso il commercio. Esistono forse evidenze che il Covid si trasmetta nei negozi e nei ristoranti e non sui mezzi pubblici, in classe o in mille altri luoghi e modi?

Mai come in questa fase esiste una forte discrasia tra quanto riferito dai media che pubblicano interviste e approfondimenti sui rischi sanitari gravissimi che corriamo e quello che la gente pensa e scrive nelle chat, sui  social, che evidenzia come larga parte dell’opinione pubblica valuti le scelte delle regioni spropositate e autolesionistiche rispetto alle necessità.

Dove sta quindi la questione? 

Comitati tecnici scientifici e politici dicono di voler “contemperare le esigenze produttive”, intendendo con questo termine la produzione industriale, l’esercizio dei mestieri e l’erogazione di servizi alle persone e alle imprese, ma in questo elenco non compare il terziario. Deduciamo quindi  che il commercio, la ristorazione l’intrattenimento siano da considerarsi  di “serie B”, ossia siano servizi voluttuari non indispensabili.

Peccato che rappresentino un quarto delle imprese e un terzo degli addetti occupati della nostra provincia.

Le domande che ci poniamo sono queste. Se la situazione è così grave perché allora imporre il fermo dalle 23 alle 5 quando il 95% delle persone in questa fascia oraria è già a casa (e tra queste, molte hanno probabilmente contratto il virus durante il giorno)?

Perché non procedere a misure di lockdown e di isolamento per gli over 60-65 anni, le persone più vulnerabili, come già avvenuto a marzo, con possibilità di uscita all’aria aperta ma a distanza e non in ambienti chiusi?

Perché fermare il commercio e la ristorazione in blocco e non punire solo chi non rispetta le regole?

Forse queste domande, estremamente semplici, sono troppo difficili per la classe politica che ci ritroviamo. Nel gioco dello “scaricabarile” è stata trovata la vittima di turno.  E’ come fermare l’intera edilizia per quelle poche imprese che non rispettano le regole di sicurezza e prevenzione.

Consapevoli di questo, lanciamo qui un appello: smettiamola di annunciare misure restrittive che costano gravissimi danni economici (agli imprenditori e ai loro dipendenti) e di chiedere contestualmente al Governo di stanziare risorse riparatrici. Perché l’esperienza recente ci ha insegnato che alle piccole imprese e ai lavoratori arrivano solo le briciole e a “Babbo morto”.

 

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