Il gioco in contropiede che premia Salvini

Piace questa nuova Lega salviniana dalla battuta pronta e feroce, con il suo populismo prêt à porter che trova vasti terreni dissodati da una crisi economica capace di annullare rendite di posizione e di imbastardire, nella folle ricerca di un approdo, anche i più elementari rapporti umani. I sondaggi mettono il Carroccio vicinissimo alla pole position, solo un’incollatura dietro a Forza Italia (e dire che solo fino ad un anno fa i rapporti erano di uno a tre per gli azzurri…). Vince il profilo di lotta, conquista lo scintillio dello spadone perennemente sguainato, ammalia la figura del cavaliere senza macchia e senza paura, magari un po’ smemorato rispetto alla propria non impeccabile storia ma capace di bucare il video.

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Matteo Salvini

E certo non si può negare al cittadino elettore il diritto di abbandonarsi a valutazioni più emozionali che pragmatiche. La politica è, anche se non prima di tutto, emozione, sentimento, trasporto. Le parole d’ordine, gli slogan, il “claim” come si dice in pubblicità, sono il messaggio che quand’è davvero efficace acceca e ridimensiona il contenuto stesso. Salvini, sulla scia di Berlusconi come del Bossi d’antan, ne è tanto consapevole che con la sua esuberante prolissità verbale, televisiva e social, copre abbondantemente sia le nequizie di un recente passato sia le non esaltanti performance di chi, da una posizione di assoluto rilievo, incarna l’altra faccia della Lega, quella di governo.

Quella che da bergamaschi, quindi da lombardi, vediamo riflessa nel volto e nelle opere di Roberto Maroni. Tocca, o forse più opportunamente si deve dire “toccherebbe”, a lui dimostrare che i lumbard non sono solo spietati censori delle manchevolezze altrui, che non sono solo abili attutisti da buvette, che non sono solo instancabili promotori di marce, gazebo e adunate. Alla guida della Regione più importante bisognerebbe mostrare quella superiorità del fare, oltre che del dire, che si sostiene essere componente essenziale dell’elica del Dna leghista.

E invece, gratta gratta, sul tavolo resta poco. Tanti incidenti di percorso (come l’ultimo, il più clamoroso: varare una riforma dell’organizzazione sanitaria senza calcolare i costi che comporta, al punto da dover riscrivere daccapo il provvedimento), tante promesse smentite dai fatti (l’impegno per un miglioramento del servizio ferroviario che infatti è andato via via peggiorando, con la ciliegina di fine anno che comporterà un ulteriore taglio di fondi per Trenord…), una girandola di nomi e di lottizzazioni (due rimpasti di Giunta in nemmeno otto mesi) perfettamente in linea con gli aborriti stilemi della vecchia politica.

Chissà se l’implacabile Salvini se ne è accorto. Chi lo frequenta da vicino dubbi non ne ha. Certo che lo sa, tant’è che dalle parti del Pirellone è piuttosto restio a farsi vedere. Dicono che i rapporti con Maroni, che pure (capendo i suoi limiti politici) gli ha ceduto il passo, siano scarsi e tutt’altro che sereni. Ma la ragion di stato, o di piccola bottega, finora ha prevalso.

Catenaccio e palla buttata in avanti, pronti a bucare le difese avversarie non appena queste mostrano dei varchi. Ecco l’essenza della tattica salviniana: giocare in contropiede. Sarà poco padano e molto italiano. Ma che volete? È così che si son vinti i Mondiali. Anche in politica, senza star a scomodare Machiavelli, ciò che alla fine rileva è il risultato. E i sondaggi confermano.

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