Referendum: nessun vincitore, un solo sconfitto

Renzi lascia dopo la schiacciante vittoria del No, ma ora si aprono nuove e drammatiche sfide. Anche chi canta vittoria da domani senza il panno rosso renziano farà fatica a trovare qualcosa da raccontare agli italiani. Ed è qui il vero problema

 

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Non una semplice sconfitta, ma uno schiaffone. Sì, un manrovescio pesantissimo che gli italiani, accorsi in massa alle urne, quasi come un sol uomo hanno voluto riservare anzitutto ad un uomo, Matteo Renzi, che in tre anni ha trasformato una promettente ambizione di cambiare il Paese in arroganza presuntuosa da bulletto di paese (con la minuscola). Voleva un plebiscito, l’ha avuto, ma al contrario. Dalle urne è uscito un urlo: vai a casa. L’altissima affluenza dimostra che Renzi se l’è cercata. Ci ha costretto ad una campagna elettorale lunghissima. L’ha infarcita di promesse, di regalie a destra e a sinistra, di battute sprezzanti nei confronti degli avversari (che hanno ricambiato con gli interessi, cosa assai riprovevole, ma chi è premier dovrebbe volare più alto). E’ riuscito perfino, ad un certo punto, a far sparire la bandiera dell’Europa da dietro le sue spalle per far passare l’idea che era contro quell’Europa che invece gli ha fatto arrivare ogni endorsement possibile. Ha perso con quasi venti punti di svantaggio, una disfatta, e dire che fino a poche ore dall’apertura dei seggi andava raccontando, con la complicità servile di tanti organi di informazione, che stava realizzando una clamorosa rimonta. Balle, tutte balle.
Altri, analisti più sottili di noi, avranno modo di elencare per filo e per segno tutti gli errori che ha commesso. Limitiamoci ad osservare che il primo, enorme, è stato quello di trasformare il referendum nel cavallo di Troia per quella legittimazione popolare che non aveva avuto nel momento in cui aveva congedato, con la brutalità che ora gli torna indietro, Enrico Letta. Ma più della politologia, di fronte ad un risultato così netto con una partecipazione così ampia, conta forse l’impressione, epidermica e superficiale fin che volete, di una larghissima parte di italiani che non ne poteva più di un presidente del Consiglio costantemente sopra le righe, un premier diuturnamente impegnato a dipingersi come unico salvatore della Patria. Uno sfoggio di superomismo che ha spinto a votare No con rabbia anche tanti che solo nel 2014 gli avevano dato fiducia.
E poi, che dire di quel pessimo modo di trattare i contrari alla riforma come tutti gufi, arrabbiati, ignoranti, incattiviti, sfascisti? Anziché cercare di allargare il suo consenso, Renzi ha alzato muri dovunque. E con lui quel circolo di nani e ballerine di cui, lui come quelli che lo hanno preceduto, si era circondato. Tutti bravi a lanciare battutacce sui social, nessuno capace di elaborare un pensiero proprio in grado di mettere un argine all’esuberanza del ragazzotto di Rignano sull’Arno.
Ma lo schiaffone è arrivato sul muso anche dei tanti che, pur esprimendo giudizi talvolta molto severi sull’ipotesi di riforma, hanno cercato di far capire che era più importante andare avanti sulla cattiva strada. Primo fra tutti Romano Prodi, uscito allo scoperto pochi giorni prima del voto con il suo solito modo da vecchia Democrazia Cristiana, dicendo tutto e il suo contrario. E poi i tanti osservatori stranieri più o meno interessati, i presidenti di Confindustria e di tante banche che hanno tentato in ogni modo di influenzare il voto, sbattendo contro il volere degli italiani. Nel mazzo non possono mancare gli organi di informazione. Renzi aveva l’appoggio dei grandi giornali, dei telegiornali, di uomini della cultura e dello spettacolo. Come con la Brexit e l’elezione di Trump, non ci hanno capito una cippa, dimostrando una siderale distanza dal sentire dell’opinione pubblica (e si capisce perché non si vendono più giornali…).
Ognuno adesso ha titolo per individuare le cause della vittoria del No. Nel calderone c’è di tutto: i morsi della crisi economica, la mancanza di lavoro, lo spirito conservativo, la rabbia sociale, l’antipatia nei confronti del premier, la rivalsa dei suoi avversari interni, il populismo trionfante. Checchè ne dicano Salvini, Berlusconi, Di Maio e festeggianti vari, non c’è alcun vincitore (dire No non è un programma politico alternativo) ma solo uno sconfitto: Matteo Renzi. Anche chi oggi canta vittoria da domani senza il panno rosso renziano farà fatica a trovare qualcosa da raccontare agli italiani. Ed è qui il vero problema. Renzi ci ha fatto perdere due anni. Gli altri non hanno fatto molto di più. Ora si azzera tutto. E tutti hanno il dovere di mostrarsi all’altezza di una sfida ahinoi davvero drammatica.

 

 

3 commenti a "Referendum: nessun vincitore, un solo sconfitto"

  1. Sergio Gandi  6 dicembre 2016 alle 2:05

    Ciao Cesare. Le persone che seguono la piccola politica locale sanno come la penso su Renzi. E su chi acriticamente lo sostiene e l’ha sostenuto. Ma il tuo articolo rischia di rendermelo simpatico. Conferma che il referendum, per molti, non era sulla riforma ma sulla sua persona. Ho cercato, invece, di stare sui contenuti. Nn è un pensiero diffuso. Nn penso nemmeno che ci abbia fatto perdere due anni. È un giudizio nn obiettivo e dettato da pregiudizio. Ricordo solo un tema: le unioni civili. Ne ricordo un altro: le scelte in tema di immigrazione e le richieste in sede europea. Nel tuo caso, mi pare,l’antipatia verso di lui ha fiaccato l’obiettività che ti ha sempre contraddistinto.

    • Cesare Zapperi  6 dicembre 2016 alle 10:04

      Caro Gandi,
      non un pregiudizio ma un giudizio è alla base di un’analisi che per forza di cose non può essere oggettiva ma opinabile. Chi scrive ha guardato con curiosità e interesse l’irrompere sulla scena politica di un personaggio per tanti versi dirompente come Renzi. Dopo 3 anni è lecito osservare che tante promesse di cambiamento sono rimaste lettera morta mentre è andato accentuandosi quel lato da Rodomonte, di cui ha abusato in Italia come in Europa, che non s’addice ad un premier. La simpatia e l’antipatia non sono categorie politiche, certo. Ma rilevano quando ci si deve fidare di una persona. E un politico non può non tenerne conto. Renzi ha chiamato il Paese ad un plebiscito su se stesso? Bene, l’ha avuto. Toccava anzitutto a lui stare al merito e invece ha trasformato il voto in un’ordalia. Sull’esperienza di governo il giudizio è articolato. Alcuni cose buone (ma le unioni civili sono frutto del Parlamento non del governo), alcune discutibili, altre ancora in attesa di vedere la luce. Renzi ha potuto governare per tre anni (quasi un record) ed ha portato a casa quasi tutto quello che ha voluto. Gli ultimi sei mesi l’attività politica è rimasta paralizzata in attesa del referendum. Non saranno due anni ma è tanto tempo buttato via. Ma ci sarà tempo e modo per approfondire l’analisi. Quel che è certo, caro Gandi, è il giudizio severo degli italiani. Forse, anziché perdersi nel sospetto di infondati pregiudizi, converrà riflettere, con l’onesta’ e l’intelligenza che ti sono riconosciute, sui tanti errori commessi. Grazie per l’attenzione e buon lavoro

  2. Gino  6 dicembre 2016 alle 9:09

    perdere due anni? perché?

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