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La Rassegna

Passaggio generazionale, la sfida silenziosa per le pmi del terziario

Interessa più del 38% delle imprese, ma solo il 13,5% lo considera una priorità strategica

La continuità d’impresa attraverso il passaggio generazionale rappresenta un momento importante per le attività familiari, in particolare per le micro e piccole imprese, oltre che una sfida rilevante e uno dei nodi strutturali più delicati per il tessuto imprenditoriale.  A fotografare la situazione di città e provincia è l’indagine sul tema nell’ambito dell’Osservatorio Congiunturale di Confcommercio Bergamo, realizzato da Format Research su un campione rappresentativo di 700 imprese del terziario provinciale (commercio, turismo e servizi). I risultati restituiscono un quadro che mescola consapevolezza  e pianificazione, ma anche attesa e procrastinazione. Molti imprenditori sanno che il tema arriverà, ma solo in pochi si stanno muovendo per tempo.

Un tema che riguarda quattro imprese su dieci

Nei prossimi 5-10 anni, circa il 38,3% delle imprese bergamasche dovrà affrontare il tema del passaggio generazionale o della continuità aziendale. Di queste, tuttavia, solo il 13,5% lo considera una priorità strategica immediata, mentre il 24,8% lo ritiene rilevante ma non urgente. Per la maggioranza assoluta delle imprese (61,7%), il tema non è ancora all’ordine del giorno. La sensibilità al tema cresce con le dimensioni aziendali: tra le imprese con oltre 49 addetti, il 22,5% lo considera una priorità immediata, contro appena il 6,6% delle microimprese (1-9 addetti). A livello settoriale, è il commercio alimentare a mostrare la maggiore consapevolezza (storicamente composto dalle realtà più radicate nel territorio) mentre i pubblici esercizi e le microimprese tendono per ora a sottovalutare il tema.

Il ritardo nella pianificazione: solo quattro imprese su dieci si sono mosse

Tra le imprese che riconoscono la necessità di affrontare il passaggio generazionale (268 casi su 700), il quadro non migliora sul fronte della concretezza: solo il 40,7% ha avviato una qualche forma di pianificazione. Nel dettaglio, appena l‘11,1% dispone di un piano formalizzato, mentre il 29,6% si è limitato ad avviare riflessioni informali non strutturate. Il 27,8% non ha ancora avviato alcuna pianificazione e il 31,5% afferma di volerlo fare “nei prossimi anni”: una risposta che, in assenza di scadenze concrete, rischia di slittare fino a diventare tardiva.

Vince ancora il modello familiare

Le soluzioni per garantire la continuità aziendale rimangono fortemente ancorate alla tradizione. Tra le imprese che stanno valutando il passaggio, le opzioni più indicate sono per il 35,2% il passaggio a un familiare. Seguono l’ affidamento della gestione a un socio già presente in azienda (18,5%) e la cessione dell’impresa a terzi (16,7%). A distanza, l’inserimento graduale di soci esterni (9,3%), la liquidazione o chiusura dell’attività (9,3%), l’affidamento a manager esterni (1,9%).
Le differenze settoriali sono significative: nel commercio alimentare, nei servizi alle imprese e nelle microimprese prevale nettamente il passaggio in famiglia. Nei pubblici esercizi e nelle imprese di grandi dimensioni cresce invece la quota di chi opta per la cessione a terzi. Il dato sulla liquidazione (quasi una impresa su dieci) è un segnale d’allarme che si cela dietro silenzi organizzativi spesso non dichiarati. E che porta a disperdere e volatilizzare competenze e conoscenze di anni di lavoro.

Le difficoltà del processo: 8 imprese su 10 incontrano ostacoli significativi

Il processo è percepito come complesso e oneroso: l’81,5% delle imprese coinvolte rileva difficoltà significative. L’ostacolo maggiore non è fiscale né burocratico: è culturale. Gli ostacoli principali sono la resistenza al cambiamento (36,7%) e l’incertezza economica (24,0%). Anche la burocrazia gioca un ruolo importante:  il 23,6% incontra difficoltà legate ad aspetti fiscali e giuridici. Vi sono anche per il 21,6% degli imprenditori difficoltà nel trasferire il capitale relazionale (clienti, fornitori, territorio). Pesano sulla fluidità del processo anche la mancanza di competenze manageriali adeguate per il futuro (14,5%), oltre che dinamiche familiari complesse (13,6%).  Le difficoltà più accentuate si registrano nel commercio alimentare e nelle microimprese, mentre sono relativamente più contenute nei pubblici esercizi, dove l’opzione dominante resta la cessione,  un percorso percepito come più lineare rispetto al passaggio interno.

Il pregiudizio che (purtroppo) resiste: «I miei figli non avranno le mie stesse capacità»

Tra gli imprenditori orientati al passaggio familiare, l’84,2% esprime preoccupazioni concrete. Il timore principale, segnalato dal 44,5%, è che i figli o i parenti non possiedano le stesse capacità imprenditoriali dell’attuale gestione. Seguono il rischio di tensioni o conflitti familiari durante il processo (27,8%), l’incertezza sulla definizione dei ruoli tra proprietà e gestione (12,3%) e il timore che il modello di business consolidato negli anni venga stravolto dai successori (12,1%).

L’interesse delle nuove generazioni è spesso limitato: solo il 15,4% è davvero convinto
Chi punta al passaggio interno in famiglia deve fare i conti con un’incognita difficile da gestire. Secondo la percezione degli imprenditori stessi, il 37,8% dei potenziali successori è poco o per nulla interessato alla continuità dell’impresa di famiglia. Solo il 15,4% mostra un interesse elevato, mentre il 46,8% è considerato “abbastanza” interessato. Dove l’interesse è alto, i fattori di attrattività sono solidi e identitari: la clientela fidelizzata e le relazioni consolidate con il territorio (63,6%), la reputazione e l’affidabilità dell’impresa (45,5%), la tradizione e la storia familiare (36,4%). Elementi che raccontano un patrimonio intangibile difficile da costruire da zero.
Dove invece prevale il disinteresse, le ragioni sono altrettanto nette: scarsa redditività rispetto all’impegno richiesto (32,5%), burocrazia e complessità normativa (27,7%), difficoltà di conciliazione vita-lavoro (25,7%) e preferenza per carriere in altri settori (23,6%). Un messaggio chiaro: l’impresa familiare, così com’è, non è percepita come un’opportunità desiderabile.

Perché l’impresa non avrà continuità? Fattori di mercato, questioni di famiglia e scelta personale

Le imprese orientate alla cessione o alla chiusura (il 12,1% del campione) indicano motivazioni diverse. Quanto al contesto imprenditoriale di riferimento, il 39,7% lamenta un mercato eccessivamente competitivo, oltre che vincoli burocratici e normativi troppo onerosi (37,7%) e la riduzione della domanda nel settore (33,6%). Quanto ai fattori relazionali e familiari, i potenziali eredi  preferiscono altre carriere (47,1%), oppure non c’è un successore interessato o adeguatamente formato (27,7%) e infine, come accade anche nelle migliori famiglie, vi sono conflitti legati alla gestione( ben il 25,7%).  Pesano anche le scelte personali dell’imprenditore, spesso l’età  prossima al pensionamento (47,1%), la volontà di non proseguire oltre l’attuale gestione (35,3%) e il desiderio di cambiare attività o stile di vita (23,5%).  Il quadro che emerge è quello di imprenditori che, spesso cumulando più di una di queste motivazioni, hanno già deciso che l’impresa si chiuderà con loro. Un’uscita dal mercato che in molti casi non è forzata dall’economia, ma è il risultato di una pianificazione assente o tardiva.

Cosa chiedono le imprese: meno burocrazia, più supporto fiscale e strategico

Alla domanda su quali forme di supporto possano facilitare la continuità d’impresa , da parte di istituzioni e associazioni di categoria, il messaggio degli imprenditori è pragmatico e diretto. Le priorità sono il supporto fiscale e normativo (29,8%), la consulenza strategica (25,6%), la semplificazione burocratica (22,9%), la formazione manageriale (22,6%), il supporto per il passaggio familiare (19,8%), l’assistenza per l’accesso al credito (18,7%). C’è anche l’apertura all’ingresso di manager o soci (11,2%), oltre che attività di coaching e supporto personale (8,7%).  Il sistema imprenditoriale bergamasco chiede prima di tutto regole più semplici e meno onerose. Gli strumenti di accompagnamento manageriale e relazionale, pur utili, sono percepiti come secondari rispetto all’urgenza di un contesto normativo e fiscale più favorevole.