Ogni giorno incontra vite interrotte, in cerca di un finale che dia loro giustizia. O corpi senza nome, in cerca di un’identità. Vita e morte sono due soglie che più si attraversano e più si scoprono vicine, l’una per affermazione dell’altra o, viceversa, per negazione. Così come c’è e ci può essere umanesimo- e anche tanta umanità- nella scienza. Cristina Cattaneo, professore ordinario di medicina legale all’Università di Milano, direttrice del Labanof – Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense e del Musa- Museo universitario sui diritti umani, è una delle scienziate più autorevoli in Europa. Ma ascoltarla parlare, venerdì 6 marzo nella sede di Confcommercio Bergamo, si ha la netta sensazione che il titolo che le si addice meglio non sia quello accademico. È piuttosto quello che le ha cucito addosso la comunicatrice e giornalista Elisabetta Olivari nell’introdurla: “Una donna che usa la scienza per restituire dignità”. L’incontro è il primo di “Protagoniste del presente. Storie di donne stra-ordinarie”, promosso dal Gruppo Terziario Donna di Confcommercio Bergamo per portare al centro del dibattito imprenditoriale voci femminili capaci di lasciare un segno, ispirare, generare valore e stimolare confronti. Quella di Cattaneo è una voce che arriva da un posto insolito: dai morti per guardare con sguardo nuovo la vita. L’incontro, organizzato da Terziario Donna di Confcommercio Bergamo, con la presidente Alessandra Cereda, in avvicinamento alla Giornata Internazionale della Donna, si apre con i saluti del direttore Oscar Fusini, che ha sottolineato come il lavoro femminile costituisca la vera spina dorsale dei settori del commercio, del turismo e dei servizi. “Il nostro mondo si regge tra titolari d’impresa, coadiuvanti familiari e collaboratori sulle donne- ha sottolineato-. E ha bisogno veramente anche dell’affermazione sociale delle donne, una grande occasione di rilancio anche dei settori economici che rappresentiamo”. Il vicepresidente vicario Confcommercio Bergamo Luciano Patelli ha ribadito che le donne sono storicamente state la colonna portante e la forza innovatrice delle piccole imprese bergamasche, anche se non formalmente titolari d’impresa: “Già dagli anni ’70, nelle aziende bergamasche del commercio e dei servizi, era la donna a sostenere l’attività, spesso nell’ombra. Oggi questo ruolo sta finalmente emergendo: le donne stanno avanzando con le proprie imprese, portando con sé qualità distintive come la capacità di innovare e la sensibilità verso l’ambiente e la sostenibilità. Il compito delle associazioni di categoria, come Confcommercio, è accompagnare questa crescita con strumenti e opportunità concrete, per valorizzare un’imprenditoria femminile già forte e di qualità”. Romina Russo, presidente del consiglio comunale, ha posto l’accento sulla necessità di un lavoro di rete per superare le disparità di genere ancora presenti, specialmente nell’occupazione e nel carico del lavoro di cura familiare, auspicando a una vera condivisione e al raggiungimento di una piena conciliazione tra lavoro e famiglia.
Cristina Cattaneo “una vita schizofrenica”, una vocazione inaspettata
Cattaneo sorride quando racconta il suo percorso. Lo definisce lei stessa “schizofrenico”: liceo classico fatto quasi di nascosto in Italia mentre cresceva in Canada, poi biologia, poi lettere, poi archeologia, poi medicina. Un tira e molla durato fino ai trent’anni, ondivaga tra il mondo umanistico e quello scientifico. “Volevo – come tutti gli idealisti giovani – mettere qualcosa al servizio della società. A un certo punto ho capito che forse c’era un modo di utilizzare la scienza per ricostruire un passato più recente: i delitti, le violenze. E che quella roba un pò pellegrina e schizofrenica che ero diventata poteva trovare finalmente un senso”. E la medicina legale ha tenuto insieme i pezzi. Un mentore illuminato, Marco Grandi , le permise di creare il Labanof. E da quel laboratorio, negli anni, sono passati alcuni tra i casi più complessi della cronaca italiana e internazionale: il disastro aereo di Linate, il naufragio di Lampedusa, le vittime di torture che chiedono asilo, i senzatetto morti anonimi per strada a Milano.
Il primo tema che scuote la sala è quello dell’autopsia come atto di intimità. Concetto controintuitivo, quasi provocatorio. Eppure Cattaneo lo spiega con una semplicità disarmante: “Frugare nei vestiti di una persona, ancora prima che nel corpo, cercando di ricostruire chi era, come è morta, cosa le è successo: è qualcosa di estremamente umano. Il morto è tabula rasa. Ti racconta un’umanità che i vivi, mediati dalle emozioni, spesso non riescono a fare”. C’è il bambino con i segni di pennarello sulle mani che parlano di infanzia. C’è il senzatetto, le cui tasche rivelano gli affetti conservati, tra le poche cose, fino alla fine. C’è il sacchettino di terra portato in tasca dai migranti, un legame con il Paese d’origine quasi ancestrale. C’è il dentino da latte, custodito in un taschino da un papà. “Avvicinarsi ai morti avvicina tantissimo alla vita”. E aggiunge un dato che suona come un’accusa: le autopsie negli ospedali italiani sono sempre di meno. Eppure sono strumenti preziosi — non solo per la giustizia, ma per capire le malattie, l’inquinamento, i crimini sommersi. “Oggi parliamo tanto di femminicidio. Ma quanti omicidi passano come suicidi perché nessuno indaga? Quante istigazioni al suicidio, quanti abusi non vengono mai identificati? Il corpo racconta. Se smettiamo di ascoltarlo, perdiamo una voce fondamentale”. Ma la morte porta con sé anche tante disuguaglianze, perché non è vero che “livella” né che “siamo tutti uguali”. Ci sono morti per cui si mobilitano telecamere, procuratori, risorse infinite. E ci sono morti, un senzatetto, un migrante, una persona sola morta in casa ,che ricevono al massimo un’autopsia “sanitaria”, quella che serve solo per fare i documenti e seppellirli. “È come se fossero discriminati due volte: una da vivi, e una da morti. Ma la dignità e la giustizia sono le stesse, che tu sia una giovane donna con trenta coltellate o un sessantenne che ha perso tutto e viveva per strada”. E quando le si chiede se questo sia un problema politico, la risposta è netta: “È culturale. Stiamo diventando una società sempre più distaccata, sempre meno capace di pietas. Trent’anni fa non si vedevano così tanti morti soli in casa con i sacchetti del cibo lasciati fuori dalla porta. Ora sì. E i morti di serie B stanno aumentando”.
C’è un episodio che Cattaneo racconta con orgoglio visibile, quasi trattenuto. È il naufragio del 3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa, più di trecento morti, e poi quello del 18 aprile 2015, con quasi mille vittime in fondo al mare. “L’Italia, in quegli anni, è stata l’unica in Europa a fare quello che andava fatto”. Grazie a una task force guidata dal prefetto Vittorio Piscitelli, Università, Marina Militare, Vigili del Fuoco e Ministeri lavorarono insieme per recuperare e identificare le salme. In un pontone allestito tra Catania e Siracusa – “un obitorio più bello di quelli che abbiamo a Milano” dice- vennero riportate alla luce oltre mille vittime rimaste sul fondo per un anno. E per ciascuna si cercò un nome. “Piscitelli fu invitato all’ONU a New York a presentare questo modello. Perché quello che abbiamo fatto era unico al mondo. Sono molto fiera di essere italiana, lo sono per molte cose ma anche solo per questa”. Il contraltare lo offre da sola, senza bisogno di sollecitazioni: quando in Grecia affondò un barcone con seicento ragazzi del Bangladesh, i genitori sapevano che i loro figli erano lì dentro. Avevano il DNA pronto. Ma non successe nulla.
Un’altra parte della conversazione apre uno squarcio su qualcosa che in pochi conoscono davvero. Dal 2008, il Labanof ha cominciato a visitare richiedenti asilo che dichiaravano di aver subito torture. Il loro corpo era la loro unica testimonianza. “Fino a qualche anno fa le mie vittime vive erano prese a pugni, accoltellate. Poi ho iniziato a vedere ustioni fatte in modo studiato, elettrocuzioni sui genitali, persone sospese al soffitto per settimane, occhi tenuti aperti al sole con congegni appositamente costruiti”. Il tono di Cattaneo non è mai sensazionalistico. È quello di chi ha visto, di chi ha dovuto imparare a leggere segni nuovi sul corpo umano perché la scienza non era ancora attrezzata. “L’uomo è in grado di ingegnarsi nei meccanismi più atroci per fare del male. E la scienza deve stare al passo, per poter testimoniare”. Come si fa a non diventare cinici? È la domanda che il pubblico voleva fare da tutta la sera. Come si torna a casa dopo aver visto quelle cose? “Non so se mi difendo davvero. Credo che quelle storie ti entrino dentro e le metabolizzi, come certi cibi pesanti, le metti da qualche parte e diventano parte di te. Non crei barriere: le abbassi. E dietro le peggiori tragedie trovi sempre qualcosa di straordinariamente umano”. Racconta di un tossicodipendente morto per strada, allontanato dalla famiglia. Quando arrivano all’identificazione, ci sono l’ex moglie e le figlie. “L’amore nelle parole di quelle ragazze per un uomo che era stato sicuramente difficile, ma estremamente fragile… e credo sia anche questo che compensa tutto e che alla fine vale tutto”. E poi ci sono gli studenti universitari. “Fare il docente ti mette a contatto con l’entusiasmo dei giovani. È una controbilancia potente. Ce la si fa, senza diventare cinici”. Il tempo stringe, ma Cattaneo tiene a raccontare l’ultimo capitolo. Durante il Covid, con l’obitorio chiuso per mesi, lei e i colleghi avevano tempo. E un’idea. “Eravamo stanchi di vedere la medicina legale rappresentata solo come spettacolo. Volevamo un posto dove i ragazzi delle scuole potessero venire a capire che questa scienza non cura solo il cancro: tutela contro la violenza, restituisce identità, difende i diritti umani”. Nasce così il Musa Museo Universitario delle Scienze Antropologiche, Mediche e Forensi per i Diritti Umani, un progetto unico al mondo. Tre anni di vita, e già 1.500 studenti solo a febbraio, in mezzo ai cantieri della ristrutturazione universitaria. Gli insegnanti di educazione civica lo portano nelle uscite didattiche. “Abbiamo colpito nel segno” spiega con orgoglio Cristina Cattaneo. E poi aggiunge, con quell’ironia sobria, squisitamente e delicatamente piemontese, che tiene a bada l’emozione: “Se avete voglia di venire, vi faccio da guida. Con piacere”.

