Si può arrivare a Marte con le equazioni, ma per restare in piedi nella vita serve altro: curiosità, memoria, empatia, coraggio, cura e amore. Cadere, rialzarsi, provare e riprovare. È la lezione che Amalia Ercoli Finzi ha lasciato a una sala di imprenditrici, professioniste, ma anche mamme e studenti, nell’incontro di chiusura del primo ciclo di incontri “Protagoniste del presente. Storie di donne stra-ordinarie” promosso da Terziario Donna, con la presidente Alessandra Cereda e moderato dalla comunicatrice e giornalista Elisabetta Olivari.
Ad aprire l’incontro è stato il presidente di Confcommercio Bergamo, Luciano Patelli, che ha scelto di partire dalle donne che fanno impresa prima ancora di presentare l’illustre ospite, tra le scienziate più autorevoli nel panorama globale: “Nella Bergamasca le imprese femminili attive sono 7.062: 6.095 donne ricoprono il ruolo di titolare e 967 quello di legale rappresentante di società. Numeri importanti , ma che non raccontano tutto, perché accanto a queste imprese femminili ci sono tantissime donne che nelle imprese di famiglia sono la vera anima dell’azienda senza comparire in nessun registro. E ogni donna porta visione e una prospettiva diversa: è quasi sempre la persona che più sa innovare nell’impresa, perché non teme il futuro e non si arrocca sulle posizioni acquisite”. Ed è proprio questo il filo che porta ad Amalia Ercoli Finzi. Il suo curriculum è quello di una delle voci più autorevoli della scienza italiana, prima donna in Italia a laurearsi in ingegneria aeronautica, un corso in cui le ragazze erano cinque su seicentocinquanta e protagonista delle grandi missioni con NASA, ESA e ASI, a partire da Rosetta. Ma ciò che ha colpito la sala è soprattutto la persona: una donna minuta e grandiosa, nata nel 1937, madre di cinque figli, nonna di sette nipoti, capace di tenere insieme un lavoro straordinario e una famiglia numerosa. La prova che chi non ha paura del futuro lo costruisce, anche da sola, nello spazio, come sulla terra, superando soglie, infrangendo confini e correnti gravitazionali.
Interrogata su cosa abbia fatto la differenza, tra caparbietà, spirito pionieristico e determinazione, Ercoli Finzi ha risposto senza esitazione: “Tutte e tre”. Ha ricordato una famiglia molto severa , con una nonna, nata nel 1881, che faceva da mediatrice e le ripeteva una frase destinata a restare: “Non ci riesco, ma ci voglio riuscire”. La svolta decisiva per la scienziata è arrivata a tredici anni, quando il suo insegnante di matematica, un sacerdote, convinse i genitori, che pensavano alle magistrali, a iscriverla al liceo scientifico. “E siccome la mia era una famiglia molto osservante e religiosa che imponeva la domenica la sveglia all’alba alle 5.30 per la messa delle 6, quell’idea, dato che veniva da un prete, non poteva che essere accolta” ricorda con un sorriso compiaciuto. “Poi, certo, sicuramente sarei stata anche una brava insegnante”.
Sulla scuola Amalia Ercoli Finzi ha rivendicato con orgoglio un percorso interamente pubblico, ricordando insegnanti severi , con bacchette d’ebano che spaccavano le dita, ma motivati e un professore di lettere dantista che le ha trasmesso l’amore per i classici. “Ancora oggi, per addormentarmi la sera, mi piace leggere classici in latino, senza vocabolario”. Per questo la contrapposizione tra cultura classica e scienza le sembra una forma di ottusità, perché entrambe appartengono alla persona intera: “Il latino ci porta l’esperienza del passato, siamo figli dei romani e i poeti hanno il merito di dare parole esatte ai sentimenti di tutti”. E mentre recita a memoria i versi della Divina Commedia dedicati a Paolo e Francesca, sottolinea il valore dell’imparare poesie e testi a memoria: “Serve, eccome. Anche la memoria va allenata, come un muscolo, nonostante lo smartphone”. Alla domanda su cosa dovrebbe fare la scuola, ha risposto che ogni studente è un unicum e che il compito di chi insegna è aiutarlo a scoprire il proprio valore e talento e a prepararsi a valorizzarlo. “La scuola non è un trampolino di lancio: è il luogo in cui si costruisce la persona. Un insegnante ha il compito e la sfida di vedere una possibilità, un talento, prima ancora che chi lo possiede riesca a vederlo da solo” .
Amalia Ercoli Finzi ha poi raccontato di aver vissuto la guerra da bambina, portando da mangiare ai giovani disertori che non volevano arruolarsi nella Repubblica di Salò, nascosti nelle cataste di legna nelle fattorie del Varesotto, in attesa di raggiungere la Svizzera e di una generazione che dopo le macerie ha ricostruito a suon di sacrifici l’Italia. “Per la mia generazione il lavoro era sicurezza, appartenenza e soddisfazione. Oggi i giovani cercano un lavoro che li appaghi, e va bene, purché la soddisfazione risponda ai valori profondi e non si riduca a qualche giorno di ferie in più, al fare meno o al mero guadagno”.
Ha visto nascere l’era spaziale: era iscritta a ingegneria aeronautica quando ancora lo spazio era inesplorato, poi il 4 ottobre del 1957 volò lo Sputnik. E nello spazio, conteso tra superpotenze e chi detiene enormi capitali, l’Italia ha saputo guadagnarsi un’ottima reputazione e autorevolezza. “Siamo apprezzati non solo per la creatività delle “soluzioni all’italiana” ma anche per la puntualità, perché nello spazio il ritardo di uno diventa il ritardo di tutta la missione. Quello che ci manca è un sistema finanziario più coraggioso, capace di investire su start-up e programmi ambiziosi come fanno i privati americani, come Elon Musk”. Quanto alle piccole imprese, sono la culla dell’innovazione: “Nello spazio c’è bisogno di tutti. Mi è capitato di aver ottenuto una camera termovuoto per i miei esperimenti a un decimo del costo dell’industria specializzata, mettendo in dialogo l’università con un’impresa che lavorava per l’industria civile. Un grande vantaggio per tutti: la piccola impresa con il suo ingegno è sbarcata in un certo senso nello spazio, ha superato i propri limiti dimostrando di farlo anche bene. E, grazie al risparmio considerevole, si sono liberate altre risorse per il progetto”. Su Marte è stata netta: “Oggi una persona mandata lì arriverebbe per carità a destinazione, ma morta. Le finestre astronomiche di viaggio si aprono ogni due anni, con Marte in opposizione, perché anche nel punto di distanza minima con la Terra il viaggio dura sei o sette mesi e l’equipaggio dovrebbe poi restare un anno intero. Servono protezioni dai raggi cosmici, la capacità di ricavare idrogeno dall’acqua del suolo per il ritorno perché a quel punto non ci sarà carburante e coltivare anche il cibo. Sarà un’impresa per l’intera umanità, che purtroppo temo di non vedere, anche se sappiate che ci sarò in qualche altro modo, nello spazio e su Marte”.
Chiamata a dire la sua sull’intelligenza artificiale, la scienziata ha detto che va usata “come un servitore fedele”. “Lavora sui dati, non sulle equazioni, ed è ottima per ordinare e correggere. Il pericolo nasce se le si affidano decisioni, soprattutto etiche, quelle legate ai valori come l’inclusione. Gli agenti Ai per il fatto stesso di avere una parte attiva mi fanno un po’ paura. L’essere umano è fatto di intelligenza e cuore, e il sentimento, a differenza della logica, non si lascia modellare.
Uno dei passaggi più forti è stato sull’inclusione da declinare al maschile più che al femminile : “Siamo ben più del 50% della popolazione, semmai bisognerebbe includere gli uomini. Alle donne è stato affidato il compito bellissimo della cura, ma lo si è anche usato per confinarle nel ruolo di angelo del focolare. Fare carriera significa entrare dove si prendono le decisioni che contano e le donne portano un punto di vista diverso: l’intuizione, che viene dalle caverne per metterci in guardia con istinto dai pericoli, e la capacità di leggere la complessità”. Perché il quadro attuale non è – ha tenuto a precisare- “complicato” (con una piega, plica in latino, che però si stira) ma “complesso”, con una trama in cui tirando un piccolo filo il danno si propaga lontano: “Davanti ai tavoli dei grandi conflitti, con soli uomini in abito scuro e funereo, sono sicura che con qualche donna in più presente, non si sarebbe arrivati a questo punto orribile”.
Alla domanda sulle sfide incontrate come donna ha risposto con l’aneddoto del concorso per diventare assistente, quando il direttore le suggerì di far partecipare anche il marito, così che lei potesse stare con i figli. “Le bastonate sono state tante e i pregiudizi sulle donne anche di più. L’unica è smontarli con le competenze. Perché con la competenza non ti ferma più nessuno”. Come quella volta in cui , scambiandola per la segretaria, le hanno chiesto di servire il caffè alla riunione. “Io sono entrata con il vassoio, ma prima di servire il caffè ho chiesto a tutti di ascoltare il mio parere. E così sono uscita dalla stanza con un “Sa che ha proprio ragione? “.
Sui sensi di colpa che attanagliano quasi sempre le mamme che lavorano, ha detto che sono spesso gli altri a farli sentire, e che non aveva modelli di donna che avessero portato avanti insieme una professione come la sua e una famiglia numerosa. “Non è facile, ma si può fare, grazie soprattutto alla cura che fa avvertire quando qualcosa non va. E capita ad ogni figlio di attraversare crisi e momenti difficili, ma si superano con attenzione, cura e amore”. Alla domanda sullo sconforto e sui momenti no, ha risposto con la convinzione di essere utile con ciò che si fa e con una fede solida che le impedisce di sentirsi sola. Infine, sul patto in famiglia, ha spiegato che il marito – Filiberto Finzi- è stato più difficile da convincere dei figli a collaborare nelle faccende domestiche (“Abituato ad avere tutta la vita un domestico personale che lo chiamava signorino, figuriamoci se cambiava un pannolino”) e che in casa valevano poche leggi condivise: “Nella propria stanza si fa quel che si vuole, nelle aree comuni ordine, e per uscire si dice dove, con chi e a che ora si rientra. A cena, la sera, ognuno raccontava la propria giornata, senza televisione e quello che avrebbe fatto l’indomani”.
Nelle conclusioni, è stata ripresa l’idea che non occorre essere ingegneri o astrofisici per lasciare il segno: si può fare l’ordinario in modo straordinario e ciascuno è chiamato a far fruttare i propri talenti. Una famiglia numerosa e complicata come la sua, ha detto Amalia Ercoli Finzi, sta in piedi perché alla base c’è l’amore. Semplice, come tutte le cose più difficili da mantenere.

