La rivoluzione culturale di Gasperini? Un modello per il territorio

Gian Piero Gasperini

Gian Piero Gasperini

Allora si può. Allora, alla faccia di tanti anni passati a lucrare un punticino dietro l’altro con prestazioni speculative ancorché redditizie, anche l’Atalanta può giocare un calcio spettacolare. Allora, senza invocare antistorici (Verona) o impossibili (Leicester) paragoni, anche una società di provincia può legittimamente aspirare a raggiungere posizioni ambiziose in classifica e cullare pensieri che al momento paiono solo divagazioni oniriche.
Al di là di quanto è stato detto e scritto nei giorni scorsi dopo la vittoria sulla Roma (e i 25 punti conquistati in 13 partite), l’Atalanta guidata da Gian Piero Gasperini ha soprattutto un merito. Quello di aver avviato una vera e propria rivoluzione “culturale”. Non alzate il sopracciglio e non stupitevi se ne parliamo in una sede che solitamente non tratta temi sportivi. Ma vuoi per ciò che rappresenta il calcio vuoi per il ruolo-valore che ha la squadra nerazzurra per i bergamaschi forse non è ozioso lasciare da parte per una volta politica ed economia per affrontare un tema che può essere anche letto come cartina di tornasole per misurare la maturità e la consapevolezza nei propri mezzi di un territorio. Sì, perché questa Atalanta sta facendo giustizia di un certo modo sparagnino e utilitaristico di vedere il football. Per intenderci, quante volte abbiamo sentito ripetere, da parte della società e dei giocatori ma anche di molti tifosi, che “il nostro obiettivo è la salvezza”, dogma in funzione del quale qualsiasi desiderio di vedere giocare un buon calcio o di ammirare la crescita di un giovane prodotto in casa era frustrato sul nascere?

Tutto l’ambiente per anni e anni si è accontentato, tante brutte partite ma risultati sufficienti a conquistare in anticipo o quasi l’agognata salvezza, e senza rendersene conto si è adagiato su un fondo di grigia mediocrità. Mentre altrove, è stato il caso per una buona decina di anni dell’Udinese ed ora è la volta del Sassuolo (entrambe espressioni di realtà assolutamente alla portata di Bergamo), c’era chi cresceva, dava spettacolo, sfornava campioni e scalava le vette della classifica, guadagnandosi per soprammercato la licenza di andare a frequentare pure le competizioni europee (ah, quanta nostalgia…).

Gasperini, con il suo carattere spigoloso e insidioso, con quella dose di presunzione che a volte fa passare da temerari a condottieri invincibili, ma soprattutto con le sue innegabili capacità tecniche supportate da un coraggio non comune (nel lanciare i giovani), sta dimostrando che osare si può, che l’Atalanta può giocare alla pari con le grandi e a volte infliggere loro autentiche lezioni, che nessun traguardo è precluso in partenza, che mettere in campo ragazzi cresciuti nel settore giovanile anziché essere un azzardo è un’arma in più. Ciò che conta, ed è qui che forse ha un valore il ragionamento calcistico, più delle risorse a disposizione (certo non trascurabili), è il progetto. Un progetto che, naturalmente, deve basarsi sulla qualità, sulla capacità di tenuta alla distanza, sulla lungimiranza, sul coraggio, sulla consapevolezza che una vera comunione di intenti fra tutte le parti in gioco può fungere da moltiplicatore di energie.

Tutto questo pare esserci alla base del brillante avvio di stagione di Gomez e compagni. I risultati poi potranno venire o no, e naturalmente da ultradecennali frequentatori dello stadio ci auguriamo che continui così, ma forse conta molto di più il cambio di mentalità che la “cura” Gasperini sta portando. Quanto sarà produttiva dipenderà anche da noi. Da quanto si sarà capaci di mettersi in discussione, di buttare a mare tanti luoghi comuni del passato, di progredire anche culturalmente perché non capiti più di leggere, per esempio, che il massimo complimento per un allenatore vincente è di considerarlo “bergamasco” (quando il provincialismo si fa gretto e becero è davvero rivoltante). Ecco, in una parola, basta una volta per tutte con l’autoreferenzialità, smettiamola con il dire (più che credere) che piccolo è bello, finiamola di crogiolarci nella nostra pur gloriosa storia e guardiamo al futuro con la freschezza, l’intraprendenza, l’entusiasmo, per tacer del resto, dei ragazzi terribili di Mastro Gasperini. Di sicuro non ci annoieremo.

 

Un commento a "La rivoluzione culturale di Gasperini? Un modello per il territorio"

  1. Gian Carlo Lanza  26 Novembre 2016 alle 12:22

    ottomo atricolo di Cesare Zapperi che quando parla di Atalanta e non solo non dice mai cose ne banali ne scontate .

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