Gli svizzeri dicono “no” al reddito minimo, ma in Italia potremmo farci un pensierino

Reddito minimo in SvizzeraSi può pensare che qualcuno possa rinunciare a ricevere, gratis et amore dei, 2mila euro per tutta la vita? Chi butterebbe nel cestino una vincita alla lotteria istantanea “Turista per sempre”, senza neanche aver speso i soldi del biglietto, ottenuto solo per essersi iscritti a una sorte di sito chiamato anagrafe? Solo gli svizzeri, probabilmente. Come infatti hanno fatto, con una valanga di “no”, alla proposta di introdurre un reddito di base incondizionato per ogni cittadino, dalla nascita alla morte. Sarebbe quel reddito di cittadinanza che qualcuno vorrebbe introdurre anche in Italia. Bellissima come idea, quella di fare in modo che tutta la popolazione possa condurre “un’esistenza dignitosa” e partecipare alla vita pubblica. Il referendum per i promotori aveva anche una base “filosofica”: era una provocazione per invitare a ragionare sul fatto che in Svizzera, come del resto in tutto il Mondo occidentale, si perdono sempre più posti di lavoro a causa dell’automazione della produzione, mentre una percentuale significativa e crescente di persone svolge un lavoro non riconosciuto e non pagato, come la cura dei bambini e soprattutto di parenti malati o anziani.

La riflessione è giusta, ma per pagare tutti, i soldi si devono comunque recuperare da qualche parte e stamparli tipo Monopoli non è una soluzione accettabile. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha detto chiaramente che il reddito minimo “o lo porta l’arcangelo Gabriele o deve essere prodotto da quelli che lavorano”. I quali, in Italia, già mantengono in media con quasi il 40% del loro reddito lo Stato. Che attraverso le varie sovvenzioni già adesso fa vivere una parte non insignificante degli italiani alle spalle degli altri. A volte legalmente, secondo una civile forma di convivenza che riconosce la solidarietà, anche se questa a volte sconfina nella presa in giro. A volte illegalmente, in un Paese che si divide in fessi e furbi, e non solo in uomini e caporali, e dove l’indebito finisce per essere considerato un atto dovuto o un diritto acquisito. Si può immaginare quindi che l’occasione di avere un reddito per non fare niente in Italia possa essere considerata ghiotta da chi ritiene che a pagare ci sia sempre alla fine un Pantalone. In Svizzera invece no. Nel referendum non veniva specificato quanto sarebbe stato regalato ogni mese, perché la questione sarebbe stata delegata al legislatore. In ogni caso sono cifre al cui confronto gli 80 euro che Renzi fa uscire in tutte le salse sono acqua fresca. I promotori dell’iniziativa ipotizzavano infatti 2.500 franchi al mese (circa 2.250 euro) per gli adulti e 625 franchi (circa 560 euro) per i minorenni, da versare, secondo le versioni più estreme, indipendentemente dal reddito e dalla situazione patrimoniale dei beneficiari, a ogni cittadino e perfino ai residenti regolari da oltre cinque anni. Il pagamento indistinto, visto dall’Italia, servirebbe anche per tagliare la testa al toro di tutte le autodichiarazioni e degli Isee “taroccati”. Va precisato che 2.250 euro sono una bella cifra, peraltro esentasse, superiore a molti stipendi italiani, ma corrisponde a un terzo del reddito medio svizzero, che è di circa 6.700 franchi (5.900 euro), a fronte di un costo della vita superiore al nostro. In Italia, dove il reddito medio è circa la metà di quello svizzero, si può dire che la proposta al referendum avrebbe potuto riguardare circa 1.100 euro al mese, più o meno il livello massimo della cassa integrazione. Eppure nessuno dei 26 Cantoni del Paese e il 76,9% dei votanti  – era necessaria la doppia maggioranza – ha approvato la proposta. Perché il “contratto sociale” è pericoloso ed utopistico. E caso mai preoccupa il fatto che uno svizzero su cinque abbia votato a favore pensando che possa essere sostenibile.

Stando ai sondaggi condotti prima del voto la diffidenza contro il reddito di base incondizionato è legata a due motivi: il timore che un reddito mensile garantito agisse da disincentivo al lavoro – e c’è chi farebbe la firma per una vita da cassintegrato, magari con qualche integrazione in nero – e la convinzione che la proposta, il cui costo era stato stimato dagli oppositori in circa 209 miliardi di franchi all’anno (quasi 190 miliardi di euro), non fosse assolutamente finanziabile. Questo in un Paese di 8 milioni di abitanti come la Svizzera, figuriamoci in Italia che ha una popolazione di 60 milioni. Eppure paradossalmente nel nostro Paese, dove una proposta del genere sarebbe in ogni caso insostenibile e non solo per via del debito pubblico, ci sarebbero alcuni vantaggi. Va detto che il reddito di cittadinanza proposto in Svizzera avrebbe riassorbito tutti gli altri strumenti di welfare. Quindi niente più assegni di disoccupazione e ammortizzatori sociali, pensioni minime, assegni familiari e così via. E presumibilmente anche via a buona parte delle detrazioni fiscali, in un disboscamento della burocrazia e una semplificazione senza precedenti, con l’eliminazione di tutte le eccezioni e di tutti i privilegi veri e presunti. Se si pensa che in Italia la percentuale di Prodotto interno lordo per prestazioni sociali è vicina al 29% forse qualche professionista della vita di espedienti con un reddito di cittadinanza andrebbe finito addirittura per perderci. Molti osservatori svizzeri avevano fatto notare che un reddito di cittadinanza così alto avrebbe messo in pericolo la meritocrazia. In Italia questa è così rara che non ci sarebbero rischi su questo fronte, ma probabilmente ci sarebbero troppi italiani che, fatti due calcoli, tra guadagnare mille euro tutta la vita senza lavorare e guadagnare poco di più lavorando fino a un’età della pensione che continua a spostarsi non avrebbero dubbi sulla scelta. Del resto, se il sistema fosse sostenibile, diventa difficile dare loro torto.

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