Morto Bottacini, fondatore della Pneumax. Dei bergamaschi apprezzava la gran voglia di lavorare

Roberto Bottacini

Roberto Bottacini

A causa di un malore improvviso, che lo ha colto in azienda, è morto stamane, all’età di 78 anni, Roberto Bottacini, cavaliere, fondatore della Pneumax di Lurano. Il decesso, intorno alle 8, in via Cascina Barbellina, dove ha sede l’azienda che proprio quest’anno ha toccato i quarant’anni di vita. Per il 18 giugno, tra l’altro, erano state programmate le celebrazioni per l’anniversario di fondazione dell’azienda. La Pneumax è una società specializzata nella produzione di componenti per l’automazione pneumatica. E’ una realtà in forte sviluppo sia in casa – dove ha in programma la costruzione di un nuovo capannone da 11mila metri quadri e l’ammodernamento del parco macchinari – sia Oltreoceano, dove sta per aprire due filiali negli Usa.

 

Ripubblichiamo l’intervista che Roberto Bottacini aveva rilasciato, nel 2012, alla nostra collaboratrice, Donatella Tiraboschi

 

“Il guaio è che le banche hanno cambiato mestiere”

 

Parla l’industriale Roberto Bottacini, amministratore unico della Pneumax.

“Gli istituti di credito si sono dedicati alla finanza speculativa, hanno perso

milioni e oggi non s’ arrischiano a prestare 200mila euro a un’azienda”

 

di Donatella Tiraboschi

 

Roberto Bottacini, lei è un felice caso di imprenditoria orobica d’adozione…

“Sono approdato da Brugherio dove avevo impiantato una piccola officina a Lurano nel lontano 1969 e non mi sono più mosso da qui”.

Una piccola officina nata per caso in un garage?

“Una volta si poteva cominciare anche da lì. Era tutto più semplice, adesso l’Asl imporrebbe la chiusura immediata. Erano tempi diversi, il lavoro non mancava e le banche ti davano le 20mila lire per comprare il trapano per lavorare”.

Adesso il trapano, non solo non lo danno, ma lo tolgono…

“Da una parte hanno una ragione ma anche tre torti. Le banche hanno cambiato mestiere, si sono dedicate alla finanza speculativa, utilizzando i soldi dei risparmiatori. Hanno perso milioni di euro e avendo rischiato troppo, non si arrischiano a prestare 200mila euro ad un’azienda che ne ha bisogno”.

E’ diventato bergamasco a tutti gli effetti…

“Avevo già frequentato le scuole dell’obbligo a Ponte San Pietro e, dunque, bergamasco già sentivo di esserlo un po’ Ho imparato il dialetto. Riesco a parlarlo perfino meglio di chi è nato qui”.

Che cosa apprezza degli orobici?

“La grande voglia di lavorare, che non è però mai fine a se stessa, coincide con la voglia di realizzare qualcosa e di realizzarsi intimamente attraverso il lavoro. E’ una forma di gratificazione anche personale”.

Come pensa che la giudichino suoi operai?

“Magro e veloce”.

Cosa significa, per un capitano d’industria “velocità”?

“Quello che stabilisce anche la legge fisica: la capacità di realizzare più cose nella stessa unità di tempo. Ammesso di non commettere errori gravi. Velocità è anche intuizione”.

La sua migliore intuizione?

“Non saprei. Viviamo costantemente pressati dai tempi che vanno veloci e quindi dalle intuizioni che il mercato ci impone. Magari su dieci, nove non sono buone, ma ne resta una produttiva”.

Come si riesce a rimanere a galla in un settore come quello metalmeccanico?

“Fortunatamente il nostro comparto non è legato a situazioni contingenti, non segue la moda e può contare su una rete capillare all’estero”.

Lei lavora molto con i tedeschi…

“Si, è un ottimo mercato e lavorano con grande logica, apprezzando qualità ed economicità”.

Che cosa invidia dell’imprenditoria straniera?

“Invidia è un concetto che non conosco. Apprezzo le cose fatte bene, in Italia come nel mondo, mentre quello che non capisco sono gli enormi indebitamenti, milioni di euro. La nostra prima preoccupazione è quella di tenere i bilanci in ordine”.

Come ci si riesce, dati i tempi?

“Investendo molto, in innovazione e in ricerca. In azienda ho diversi tecnici che se ne occupano a tempo pieno e il loro costo non incide in modo sostanziale sul bilancio economico. Sono una risorsa importante, se si vuole crescere”.

Come si motiva il personale?

“Dandogli quella responsabilità che si traduce poi nell’esemplificazione del loro impegno e del loro ingegno”.

Che giudizio dà di Monti?

“Ha fatto molto per rimettere soldi in cassa, ma non ha attuato iniziative concrete per lo sviluppo a favore delle aziende, ed è stato un grande errore”.

La politica?

“Negli ultimi 25 anni sono state sulla scena persone che non solo non hanno inciso ma che non hanno neppure avuto il sentore di che cosa significhi fare politica. La loro vita comincia e finisce in tivù. Gente come De Gasperi, ha saputo dare qualcosa alla nazione. I politici di adesso sanno solo chiedere. Quando leggo i giornali, oltrepasso le prime quattro pagine: leggerle equivale ad arrabbiarsi e basta.”.

Confindustria?

“Non si rende conto della realtà che è fatta dalle nostre aziende. Non esistono solo l’Ilva e la Fiat. Esistono migliaia di piccole aziende che occupano l’80 per cento della manodopera. Sono operai che paghiamo e che non lasciamo a casa in cassa integrazione. Cassa che  sarà sì anche un ammortizzatore sociale ma che non mette quasi nulla in tasca all’operaio”.

Cucinelli ha diviso 6 milioni di utili tra i suoi operai…

“Potendolo lo faremmo anche noi. Negli anni in cui avevamo surplus di bilancio, abbiamo dato un aumento di stipendio del 10, 15 per cento che forse vale di più dei sei mila euro che gli operai di Cucinelli si porteranno a casa”.

Un segnale forte?

“In Italia ci sono molti imprenditori che fanno gesti di questo tipo non con lo spirito del padrone magnanimo, ma sottintendendo un semplice messaggio: se va bene l’azienda vai bene anche tu. Anche la mia azienda dà il premio di risultato, pure se il risultato non arriva per fattori contingenti indipendenti dal loro impegno”.

Un esempio che molti suoi colleghi industriali non hanno seguito…

“Se manca la motivazione alla proprietà è impossibile motivare i dipendenti. Hanno pensato a tutto fuorché a quello che più conta”.

La sua agenda giornaliera cosa prevede?

“Nove ore lavorative di media, che cominciano con un giro in azienda per programmare il lavoro e valutare collettivamente le varie problematiche”.

Le sue figlie lavorano in azienda: è quello che immaginava per loro?

“Fondamentalmente sì”

Che futuro hanno i nostri giovani?

“Nessuno penserà per loro, dovranno pensarci da soli. Non dovranno farsi illusioni. Dovranno puntare ad una buona preparazione per riuscire a cavarsela”.

Più in generale che futuro ci aspetta?

“Nell’immediato non facile, a medio termine discreto, a lungo starà a noi”.

Che valore ha l’amicizia nella sua vita?

“Un valore affettuoso, ogni anno mi ritrovo con i compagni di classe del diploma conseguito nel ‘60”.

Guardandosi dietro, rimpiange qualcosa?

“Dei tempi passati si ricordano solo le cose belle”.

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?

“Forse rischierei qualcosa in più”.

Se fosse il sindaco di Lurano?

“L’attuale primo cittadino fa benissimo il suo mestiere. Si impegna molto per risolvere i problemi che si presentano, c’è una grande attenzione al “sociale”.

Cosa si aspetta dal 2013?

“Sarà un anno faticoso, i grandi numeri non cambieranno”.

Se non avesse fatto l’industriale?
“Avrei fatto l’agricoltore, perché dà gli stessi risultati. C’è immediatezza dei risultati”.

 

 

Un commento a "Morto Bottacini, fondatore della Pneumax. Dei bergamaschi apprezzava la gran voglia di lavorare"

  1. Emiliano  8 Giugno 2016 alle 20:24

    Una grande Persona che mancherà a molti, non solo ai suoi collaboratori.

    Un collaboratore.

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