Processo al tifo violento, dietro al Bocia una città “complice”

Pezzotta Bocia

Claudio Galimerti (Il “Bocia”) con il suo legale, l’avvocato Andrea Pezzotta

Titoli e foto sono tutti per lui, il Bocia, il leader indiscusso degli ultrà dell’Atalanta. Normale, visto che è il principale imputato del maxiprocesso al tifo violento che lo vede alla sbarra con altri 142 tifosi (bergamaschi e 56 catanesi) per i quali il pubblico ministero Carmen Pugliese ha chiesto complessivamente 165 anni di carcere. Ma sarebbe sbagliato focalizzare tutte le attenzioni su di lui. Perché le indagini prima, e gli interrogatori di imputati e testimoni in aula poi, hanno portato alla luce in tutta la sua drammatica evidenza qualcosa di molto più grave delle pur esecrabili responsabilità penali del capo. Ed è il contesto, o forse sarebbe più giusto parlare di brodo di coltura, in cui sono prosperate le gesta dei violenti da stadio. Una parte della società, incurante talvolta del ruolo istituzionale rivestito, si è resa complice moralmente. A processo sono risuonate sinistre le parole di un sindaco, usato come vedetta prima di lanciare attacchi alle forze dell’ordine, di un catechista, che ha attribuito al Bocia un carisma da discepolo, di un manager, che al leader ultrà ha attribuito doti da stratega che, in altri tempi, “avrebbero evitato all’Italia la disfatta di Caporetto”. E poi, per non farsi mancare nulla, che dire delle visite ai tifosi diffidati da parte dei giocatori dell’Atalanta e dell’allora presidente? E il messaggino telefonico di solidarietà dell’allenatore per una diffida inflitta al medesimo Bocia? E il politico che, anziché condannare senza se e senza ma le violenze, si pone come mediatore, come se gli atti di teppismo fossero una variabile indipendente ineluttabile? E’ saltato fuori di tutto, fino ad arrivare, giusto per raggiungere l’acme, a quel direttore di giornale, autoinvestitosi del ruolo di gran regista dello scacchiere politico-economico-sociale locale, che mercanteggia con il capo hooligan spazi in prima pagina e che si reca in visita, in compagnia di un servile e imbelle caporedattore, alla casa della famiglia del presidente malato per consigliarla caldamente a vendere la società in mani amiche (del suddetto direttore, naturalmente). Si capisce meglio, di fronte ad un quadro del genere, perché la mala pianta abbia potuto prosperare e dare i frutti rigogliosi che hanno regalato a Bergamo la bella nomea che tutti sappiamo. Non è una scoperta per chi invano da anni denuncia le complicità morali dei tanti che, in nome di un supposto amore per l’Atalanta, chiudono gli occhi o, peggio, danno copertura (magari sull’altare di qualche iniziativa benefica) ai teppisti. Ma grazie al processo testardamente voluto da Carmen Pugliese e dalla Questura ora la vergogna risulta ancora più evidente. Solo che servirà a poco. Perché il finale è già scritto. Pagherà, come è giusto e sacrosanto, il Bocia e con lui tutti i compagni di brigata. La responsabilità penale è personale, si dice. Ma qui ci vorrebbe, a costo di scatenare le ire dei benpensanti che griderebbero allo Stato etico, anche una responsabilità morale. E allora, le aule del Tribunale non sarebbero sufficienti ad accogliere i tanti che, a vario titolo, hanno sulla coscienza gli assalti, le risse, le aggressioni che da troppi anni infangano il nome di una città intera.

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