Non se ne può più di questa festa delle donne

festa delle donneDi donne. Di donnette, di donnacole e di donnine: di zarine, di regine, di veneri in pelliccia. E di suffragette senza suffragio, di pasionarie senza passione. Di donne s’ha da parlare, ogni otto di marzo che Dio manda in terra. E di femminicidi, che non si capisce in cosa siano differenti dagli omicidi normali, e di peshmerga con calibri 50 in spalla, scambiate per cooperanti italiane, scambiate a loro volta per crocerossine internazionali.

Di donne e di equivoci, insomma. E di reiterate banalità: di mazzi di fiori in effige, che intasano il web, di auguri, di frasi, di citazioni, in cui ogni fesso cerca di essere meno fesso del fesso che l’ha preceduto, nell’augurale litania. Nel florilegio di bischerrime bischeraggini. E dei telegiornali, dei servizi imbalsamati, del caso che di casuale non ha nulla: di Teresina che fa l’astronauta, anche se viene da Poggibonsi e il papà era portalettere.

Degli oooh meravigliati della platea e degli sbadigli di quelli che non si commuovono nemmeno davanti ai geloni della Piccola Fiammiferaia.

Delle donne, dicevamo, con annessi e connessi: che sono, poi, quelli che ci marciano, quelli che ci mangiano e quelli che si rodono il fegato, perché non possono né marciarci né mangiarci.

Di me e delle donne, giacchè quando si scrive si scrive sempre di sé.

Di me, che mi esprimerei contro gli ottomarzi, in genere, con la giustificazione un po’ stantia del fatto che le donne vanno festeggiate, notte e dì, tutti i giorni dell’anno.

Di me, che vorrei semplicemente scrivere: che due maroni questa festa delle donne! Ma non posso, perché ne ho sposata una, mezza gogìsa e mezza prussiana, e perché ne interpreto un’altra, a mia volta. Quando carico la lavastoviglie o raccolgo le cacche delle mie gatte, celebro anch’io, mio malgrado, la festa delle donne: se essere donna è, come dicono quei furbacchioni genderiani, solo una condizione ambientale, allora anch’io sono una donna, per due o tre ore al giorno. Ma non ci trovo un bel niente da festeggiare: essere una donna, ve lo garantisco, è una gran rottura di balle, esattamente come essere un uomo. La vera differenza, semmai, è tra quelli, uomini e donne, che si fanno il mazzo, e quelli che campano beati sul mazzo degli altri: una questione di classe, più che di genere.

Ah, le donne: non possiamo vivere con loro e non possiamo vivere senza di loro. E’ scabroso le donne studiar…Così, le festeggiamo, proprio come si festeggiavano i misteri eleusini: festeggiamo un’entita miseriosa, di cui celebriamo il culto, senza averlo ben capito. Eppure, le donne, le donnette, le regine e le fattucchiere, non si sentono mica tanto complicate: molte di loro recitano gli stessi ruoli o quasi dei loro colleghi maschi. Fingono sentimenti che non provano e ne nascondono altri che l’orgoglio o il pudore impediscono loro di manifestare: amano i rivoluzionari puri e coraggiosi, ma sposano gli odontoiatri con studio avviatissimo. Giocano alla Lou Von Salomé fino ai trent’anni e poi portano all’altare l’avvocatello che veste Corneliani. Esattamente come gli uomini: umanamente. Gli uomini che si sposano un congruo numero di volte, facendo figli ed altri disastri, ma pretendono ancora di commuovere l’uditorio con la faccenda di Laura che non crede più, a quarant’anni buoni dall’ultima limonata con la predetta: e, alla fine, vincono pure Sanremo. Siamo così: dolcemente rimbambiti. Uomini e donne: piccoli, disperati, ipocriti, vanesi. Allora, dovremmo festeggiare, oltre alle donne, alle mamme, ai papà, ad Halloween e a Babbo Natale, la festa dell’imbroglione, quella del timido irrecuperabile, della menzognera fanciulla senza misericordia, della compagna di scuola che si concede a tutti tranne che a te. Insomma, il nostro calendario dovrebbe essere una festa perenne, senza soluzione di continuità: la festa della matematica e quella dei partigiani bulgari, la festa del rododendro e quella delle mucche da latte. E noi storici ci dovremmo arrabattare a trovare ricorrenze ed anniversari adatti alla bisogna o, alla peggio, inventarceli: proprio come quello della fabbrica bruciata con le operaie dentro un 8 marzo mai esistito, con un incendio mai esistito di un opificio mai esistito. Ma che volete che sia l’attendibilità storica? L’importante è festeggiare, mentre la barca affonda, con tutti i suoi danzerini che intonano il Valzer delle candele…Finchè non resterà più nessuno e, dopo tante feste, petardi, trombette, coriandoli e cotillons, sulla terra, desolata e deserta, calerà, finalmente, il balsamo del silenzio.

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