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È da alcuni anni che in mille tavole
rotonde, seminari e conferenze dotte sulla crisi dei giornali, circola la
domanda: quali giorni nell’era del postgiornalismo? Per non dire della
previsione cupa di alcuni studiosi: l’ultima copia di un giornale quotidiano
sarà composta nel 2040. Figuratevi allora il mio imbarazzo a dover scrivere
dei 100 anni de “La Rassegna”, anche se apparentemente fuori da questo giro
essendo un settimanale, alla quale collaboro da quasi mezzo secolo (!).
Senza volerlo, sono diventato un monumento...di carta con incorporato il
lungo film di uomini e vicende di casa nostra dagli anni ‘50 ad oggi:
impossibile da riassumere e a rischio di cadute autoreferenziali. Allora
sono più costruttive due riflessioni sulla crescita di questo foglio, cui è
corrisposta anche una mia crescita professionale. Una riflessione è di tipo
morale. Abbiamo dovuto lavorare sempre in uno spazio territoriale ridotto e
in un ambiente economico e sociale ben definito. Questi due paletti ci hanno
obbligato a essere credibili. La credibilità è un esercizio indispensabile e
faticoso che si rinnova a ogni uscita del settimanale, tra gli eventi
imposti dall’attualità, su di una strada irta di ostacoli. Non ci può essere
retorica quando si tratta di affermare una linea editoriale senza
infingimenti e senza scorciatoie. Abbiamo raccontato tante vicende
economiche, politiche e sociali, soprattutto quelle di casa nostra, abbiamo
sollevato temi e proposto inchieste che sono servite e servono a comporre
una fotografia abbastanza nitida della città e della provincia. Il tutto è
avvenuto gradualmente, con gli alti e bassi di ogni iniziativa che ha il
lettore come giudice ultimo. L’altra considerazione è di metodo ed è il
supporto della prima considerazione. Abbiamo capito che la fiducia dei
lettori la si conquista appunto senza falsi e montature sensazionalistiche.
Poi, bisogna parlare al lettore nella sua semplice lingua. Anche se non è
facile soprattutto quando entra in gioco l’economia e la politica economica,
noi dobbiamo essere e restare al servizio del lettore, e in senso non
astratto, ma concreto. Infine, una regola che si assimila e si affina con
una lunga esperienza sul campo: nella esposizione di un argomento non
bisogna far sentire al lettore l’opinione che ce ne siamo fatta. Certo che
ce ne siamo fatta qualcuna, è inevitabile. Ma non possiamo né dobbiamo
imporla al lettore; bisogna lasciargliela suggerire dai fatti, secondo il
modo in cui gli si raccontano. Come monumento...di carta de “la Rassegna”,
grato di una esperienza umana e professionale irripetibile, ho la
presunzione di inviare un messaggio di ragionevole ottimismo: questo piccolo
foglio, che ha già una sua dignitosa collocazione nella storia del
giornalismo bergamasco, avrà ancora lunga vita se rimarrà credibile grazie a
una scrittura autorevole, alla semplicità, chiarezza e profondità senza
trombonismi. Dunque, lunga vita a “La Rassegna”! |