La Rassegna
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1906 - 2006

I nostri primi
cento anni

 
 

 

 

1906 - 2006 I nostri primi cento anni
 

Collaboratore da 50 anni

Io, monumento... di carta

di Franco Frigeri
 

È da alcuni anni che in mille tavole rotonde, seminari e conferenze dotte sulla crisi dei giornali, circola la domanda: quali giorni nell’era del postgiornalismo? Per non dire della previsione cupa di alcuni studiosi: l’ultima copia di un giornale quotidiano sarà composta nel 2040. Figuratevi allora il mio imbarazzo a dover scrivere dei 100 anni de “La Rassegna”, anche se apparentemente fuori da questo giro essendo un settimanale, alla quale collaboro da quasi mezzo secolo (!). Senza volerlo, sono diventato un monumento...di carta con incorporato il lungo film di uomini e vicende di casa nostra dagli anni ‘50 ad oggi: impossibile da riassumere e a rischio di cadute autoreferenziali. Allora sono più costruttive due riflessioni sulla crescita di questo foglio, cui è corrisposta anche una mia crescita professionale. Una riflessione è di tipo morale. Abbiamo dovuto lavorare sempre in uno spazio territoriale ridotto e in un ambiente economico e sociale ben definito. Questi due paletti ci hanno obbligato a essere credibili. La credibilità è un esercizio indispensabile e faticoso che si rinnova a ogni uscita del settimanale, tra gli eventi imposti dall’attualità, su di una strada irta di ostacoli. Non ci può essere retorica quando si tratta di affermare una linea editoriale senza infingimenti e senza scorciatoie. Abbiamo raccontato tante vicende economiche, politiche e sociali, soprattutto quelle di casa nostra, abbiamo sollevato temi e proposto inchieste che sono servite e servono a comporre una fotografia abbastanza nitida della città e della provincia. Il tutto è avvenuto gradualmente, con gli alti e bassi di ogni iniziativa che ha il lettore come giudice ultimo. L’altra considerazione è di metodo ed è il supporto della prima considerazione. Abbiamo capito che la fiducia dei lettori la si conquista appunto senza falsi e montature sensazionalistiche. Poi, bisogna parlare al lettore nella sua semplice lingua. Anche se non è facile soprattutto quando entra in gioco l’economia e la politica economica, noi dobbiamo essere e restare al servizio del lettore, e in senso non astratto, ma concreto. Infine, una regola che si assimila e si affina con una lunga esperienza sul campo: nella esposizione di un argomento non bisogna far sentire al lettore l’opinione che ce ne siamo fatta. Certo che ce ne siamo fatta qualcuna, è inevitabile. Ma non possiamo né dobbiamo imporla al lettore; bisogna lasciargliela suggerire dai fatti, secondo il modo in cui gli si raccontano. Come monumento...di carta de “la Rassegna”, grato di una esperienza umana e professionale irripetibile, ho la presunzione di inviare un messaggio di ragionevole ottimismo: questo piccolo foglio, che ha già una sua dignitosa collocazione nella storia del giornalismo bergamasco, avrà ancora lunga vita se rimarrà credibile grazie a una scrittura autorevole, alla semplicità, chiarezza e profondità senza trombonismi. Dunque, lunga vita a “La Rassegna”!