Pagamenti elettronici, allarme sanzioni. Fusini (Ascom): «In molti settori i costi del Pos sono insostenibili»

A Bergamo circa 8.600 aziende del commercio e del terziario, stima l'associazione, sono a rischio infrazione con l'annunciata introduzione delle multe. Il direttore: «Per edicolanti, tabaccai, benzinai e attività con scontrini bassi le spese sono eccessive. In difficoltà anche agenti e professionisti»

pos - carta di credito

L’annuncio ha messo in allarme il mondo del commercio: il viceministro dell’Economia Luigi Casero ha anticipato alla stampa l’imminente introduzione di sanzioni per esercenti e professionisti che non accettino il pagamento elettronico. Si tratta di una multa di 30 euro per ogni “no”, che – insieme anche a misure “premianti” – dovrebbe essere varata entro settembre, dando così piena attuazione all’obbligo di dotarsi di Pos (gli apparecchi che leggono le carte), in vigore dal giugno 2014, e di accettare pagamenti a partire da 5 euro (secondo la legge di Stabilità del 2016 che ha abbassato la precedente soglia dei 30 euro).

Oscar Fusini

«La notizia preoccupa fortemente alcune categorie del commercio per le quali oggi, di fatto, i costi per la gestione degli incassi con carte di credito e di debito sono insostenibili – evidenzia il direttore di Ascom Confcommercio Bergamo, Oscar Fusini -. Parliamo, su tutti, di edicolanti, tabaccai e benzinai, che hanno margini imposti che vengono irrimediabilmente erosi dai canoni e dalle commissioni previsti per i pagamenti elettronici. Poi ci sono tutte quelle attività che hanno scontrini medi di bassa entità, come i bar e le panetterie, che devono sostenere costi fissi su operazioni “ridicole”».

Ma il Pos è un servizio ai clienti e non offrirlo può penalizzare ugualmente le attività, non crede?

«I nostri commercianti lo sanno bene, tanto è vero che dove esiste un’effettiva richiesta le attività si sono prontamente attrezzate per offrirlo. Francamente ritengo che le spinte del mercato siano un indirizzo sufficiente verso la moneta elettronica, non ha molto senso che venga imposto per legge ciò che non ha reale riscontro e per certi tipi di aziende, lo ripeto, può essere molto penalizzante».

A che punto è la diffusione dei pagamenti elettronici?

«I dati della Banca d’Italia ci dicono che i Pos attivi in Italia sono cresciuti negli ultimi tre anni del 40,5%. A fine 2013 erano un milione e mezzo, a fine 2016 sono saliti a oltre 2.220.000, quasi 650mila apparecchi in più. Crescono anche i numeri delle operazioni, quelle con carta di credito del 20,6%, del 54,3% quelle con carte di debito, e aumentano pure le carte attive (+3,6% le carte di credito, +21,5% di debito). Insomma, se è vero che l’Italia, per tanti motivi, è in ritardo sull’utilizzo della moneta elettronica è altrettanto vero che si sta recuperando terreno».

A Bergamo com’è la situazione?

«L’andamento è in linea con quello nazionale e probabilmente la copertura è anche maggiore. In settori come alberghi, ristoranti, negozi di moda, gioiellerie, arredamento, elettrodomestici e nel commercio all’ingrosso possiamo parlare di una diffusione dei Pos del 90%, se non totale».

Ci sono però, ci diceva, anche settori in difficoltà nell’adeguarsi. Avete delle stime su chi è in ritardo?

«Sono numeri non da poco. In Bergamasca calcoliamo che siano circa 8.600 aziende che non hanno ancora il Pos. Tra queste, tabaccai, edicole, fioristi, bar e negozi alimentari per i motivi illustrati sopra e soprattutto una grande fetta, oltre 3.200 attività, data dagli agenti di commercio e immobiliari che gestiscono i pagamenti con altri strumenti e l’ampia categoria dei servizi vari, pari ad altre 2.800 aziende. Si comprende bene che l’introduzione delle sanzioni annunciata dal viceministro avrebbe, solo nella nostra provincia, un forte impatto».

Quanto costa avere il Pos?

«I fattori che determinano il costo sono numerosi. Le commissioni vanno mediamente dall’1,25 all’1,50% per le carte di credito e dallo 0,5 allo 0,8% per quelle di debito. A queste vanno aggiunte le spese di installazione e il canone mensile per l’utilizzo, talvolta sostituito da un minimo di commissioni che incide più o meno nella stessa misura. Poi ci sono eventuali costi fissi per transazione e le spese telefoniche e bancarie. Un’azienda con un fatturato di 50mila euro spende circa 1.500 euro l’anno per un Pos mobile, 1.200 per uno fisso».

Ci si guadagna però in sicurezza e efficienza gestionale…

«Oggettivamente, oltre al servizio al cliente, l’unico vantaggio, certo non trascurabile, è quello della sicurezza. Il miglioramento dei costi di gestione rispetto al contante invece può valere come impatto generale non certo per negozi e locali che scontano i costi più alti in Europa. Anzi, in certe attività, il Pos può anche appesantire la gestione».

Ci faccia capire…

«Pensiamo ad un bar all’ora di colazione, un conto è ricevere il pagamento in contanti, più lungo e laborioso l’incasso con le carte».

E il contrasto all’evasione fiscale?

«È una motivazione strumentale della politica. L’evasione fiscale presuppone un accordo tra chi vende e chi acquista, qui stiamo parlando semplicemente di modalità di incasso. Oggi, poi, ci sono già tutti gli strumenti per contrastare l’evasione».

Se non fosse per i costi non ci sarebbero, quindi, ostacoli all’utilizzo del Pos. Quali soluzioni individua per abbatterli?

«Potrebbero aiutare delle offerte a pacchetto con un costo fisso oppure l’applicazione di condizioni favorevoli anche alle imprese che hanno minori incassi, come è avvenuto per la telefonia dove le offerte si sono allargate anche a chi non ha un traffico elevato. Molto interessante è anche tutto il versante degli strumenti innovativi e alternativi, a portata di smartphone».

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