Occhio ai tre ministri del Pd pronti a scaricare Renzi

Il nuovo governo Gentiloni

Il nuovo governo Gentiloni

Chissà se c’è ancora qualcuno, anche tra i suoi accesissimi tifosi, che s’azzarda a dire che Matteo Renzi è un innovatore. Quel che s’è visto in questi giorni, prima durante e dopo la nascita del governo Gentiloni, fa giustizia di tanti imbonimenti che ci sono stati ammanniti nei tre anni di dominio del superbo ragazzotto di Rignano sull’Arno. Ed ora, come si conviene nella patria dei voltagabbana, anche agli autorevoli osservatori e agli accigliati direttori di giornali è chiaro ciò che chiunque non fosse obnubilato da faziosità o da interessi poteva tranquillamente vedere anche in passato. Nel volgere di un week end, Renzi ha gettato la maschera. Altro che lasciare la politica e dedicarsi alle sfide alla play station con il figlio (poveretto, ritrovarsi con un padre che non sa perdere…). Mentre il presidente della Repubblica convocava al Quirinale le delegazioni dei partiti, lui da Palazzo Chigi teneva le sue privatissime consultazioni per decidere chi era degno di succedergli. Uno sfregio alle istituzioni normale per chi, al suo debutto da premier, pronunciò il suo primo discorso con le mani in tasca. Ma questo è niente. Impalmato Gentiloni, uno dei pochi volti presentabili del renzismo non ortodosso da Giglio magico, ecco la necessità di salvare la ghirba (e la poltrona, e lo stipendio, visto che altrimenti è difficile campare) a due fedelissimi. A lei, la Maria Elena Boschi che a sua volta aveva garantito al limone che in caso di sconfitta al referendum sarebbe tornata a Laterina. E a lui, il Luca Lotti che porta lo straordinario appellativo di “lampadina”, un nome e una garanzia di brillantezza e lucidità. Un vero esempio di rottamazione, la parola d’ordine data in pasto ai gonzi che credevano che bastasse eliminare qualche avversario scomodo per cambiare il corso e la storia della politica nazionale.

E poi, ecco la formazione del governo, con due ministeri in più rispetto a prima (ma non si dovevano tagliare le poltrone?), con l’incredibile promozione di uno dei più scarsi gestori del Viminale a ministro degli Esteri, ma soprattutto con la conferma del 90% degli uscenti. Di colpo siamo precipitati indietro di qualche decennio quando andavano di moda i governi fotocopia tipo il Fanfani Ter o l’Andreotti quater. Eh, quando si dice l’innovazione, il cambiamento, l’Italia che esce dal tunnel…
Di tutto questo, per onestà va detto che si può salvare la figura del neo presidente del Consiglio. Che non è un fenomeno né uno statista in fasce, ma ha il merito di essere portatore di uno stile sobrio, non conflittuale. Gentiloni è quanto di più lontano ci sia dalle sbruffonerie, dalla strafottenza, dall’arroganza di chi l’ha preceduto. Non è poco, specie in tempi in cui bisogna avere la capacità di abbassare i torni e provare a trovare soluzioni il più possibile condivise ai tanti problemi non risolti (altro che mancette distribuite qui e là) del Paese. Il compito del suo governo è di portarci alle elezioni, non aspettiamoci molto di più.

Resta da osservare, semmai, lo stato penoso in cui versa il Partito democratico. Dove molti vorrebbe liberarsi di Renzi, uomo di indubbie capacità ma vittima anzitutto del suo carattere debordante, solo che non hanno ancora trovato il modo e il coraggio di farlo.
Non guardate alla minoranza interna, quella conta poco più di zero. Abbaia alla luna ed è utile ai giornali, ma nella sostanza incide pochissimo. Vanno tenuti d’occhio, piuttosto, tre personaggi, guardacaso tre ministri uscenti e riconfermati: il paleodemocristiano Dario Franceschini, l’Amleto Andrea Orlando e il giovane vecchio Maurizio Martina. Fossero veri leader sarebbero usciti dall’esecutivo per giocarsi la battaglia in campo aperto. Da capicorrente ancien regime preferiscono rimanere accucciati nei loro ministeri in attesa che il Giovin Signore di Rignano prosegua nella sua strategia autodistruttiva. In attesa del giorno in cui, per via delle “mutate condizioni politiche”, faranno il salto della quaglia e saluteranno con la manina il loro vecchio sodale. Renzi è sicuramente un gran combattente e darà battaglia con tutte le sue forze. Se saprà fare un bagno di umiltà (?) potrebbe anche riconquistare la scena con più credibilità. Ma dovessimo scommettere, vizio a cui non ci siamo mai abbandonati, propenderemmo per il primo scenario. Perché questo, non dimentichiamocelo mai, è il Paese del “tutto cambia perché nulla cambi”.

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